#Venezia74 – Temporada de caza, di Natalia Garagiola

Nahuel (Lautaro Bettoni) è straziato dal dolore per la morte della madre malata di cancro e ad normale decorso adolescenziale di un ragazzo verso l’età adulta, l’approccio alla vita sessuale, lo sballo e gli alcolici bevuti senza ritegno, si aggiunge tanta rabbia figlia di un destino davvero infelice.

Figlio di genitori divorziati, vive a Buenos Aires con il compagno della mamma anche dopo la sua dipartita fino a quando resta coinvolto in una rissa al college, all’interno di una struttura che ha tutta l’aria di essere frequentata dalla medio alto borghesia della città. In seguito all’incidente viene costretto a passare un tempo di recupero insieme al padre con cui non ha alcun tipo di rapporto e qui allo scenario urbano delle scene di apertura si sostituisce un orizzonte fatto dei boschi e laghi montani della Patagonia, dove Ernesto vive come guardia caccia.

Il freddo del posto ma soprattutto il buio nel cuore del protagonista è rimandato con una luce gelida a costruire un mantello per la mancanza di sorriso, il comportamento arrogante, l’autolesionismo. Pur inserito in un ambiente sereno, la nuova moglie del padre ed i piccoli fratellastri, Nahuel fatica ad allacciare un rapporto con il genitore ritrovato ed inizialmente tra in due non c’è altro spazio oltre alle incomprensioni, rifiuto che si estende a chiunque ne incroci la strada.

Essendo caduti a vuoto i tentativi di approccio leggero, tra i quali la possibilità di frequentare la scuola locale, meno blasonata quanto a conti in banca ma titolata quanto ad esperienze di vita, non pochi allievi infatti già lavorano, il padre coinvolge il ragazzo nel suo quotidiano, spaccare la legna, andare a caccia, condividere un boccone attorno al fuoco cosa che gradatamente permette alla regista di dare al volto del giovane una linea più morbida, di concedergli maggiore disponibilità verso gli altri riducendone il grado di diffidenza.

tempoL’investimento di fiducia paterno si materializza in un regalo di compleanno, un fucile tramandato tra generazioni, la maggiore disponibilità filiale si manifesta nel chiedere una proroga di qualche giorno sulla permanenza nonostante il periodo di punizione sia scaduto e la promessa di tornare in futuro.

In questa opera prima la regista Natalia Garagiola restituisce adeguatamente gli stati d’animo degli attori aiutandosi con una fotografia bella seppur forse didascalica, adopera benissimo i rumori, siano gli squarci degli spari o il verso di un animale morente, e la musica hip hop necessaria sia per contestualizzare lo spaccato giovanile, peraltro descritto pregiudizialmente come dedito ai vizi, cosa che peraltro non distingue questi ragazzi di provincia da quelli di tanta periferia urbana, ed evidenziarne il turbamento così quanto l’allegria, la speranza. Alla fine del film Nahuel è cambiato riuscendo ad eliminare la continua implosione rabbiosa, il ragazzo presuntuoso, supponente, schivo non c’è quasi più. I problemi sono ancora lì, irrisolti, le paure sono le stesse, il modo di affrontarle il risultato di una maturazione sufficiente fino dell’arrivo di una nuova crisi.