#Venezia74 – The Third Murder, di Kore-eda Hirokazu

L’immagine iniziale, quella dell’omicidio, ribalta sin da subito il cinema di Kore-eda. Quasi con delle depistanti derive action, le stesse che avevano disorientato prima e abbagliato poi in Il tocco del peccato di Jia Zhang-ke. The Third Murder sembra apparentemente un cambio di rotta nell’opera del cineasta giapponese, una sterzata improvvisa verso le forme di un thriller processuale di un cinema forse alla ricerca di mercati internazionali per farsi conoscere maggiormente dal pubblico. In realtà questo può essere in parte vero. O totalmente falso. In realtà in The Third Murder c’è tutto Kore-eda: il rapporto padri-figli, il fluire della quotidianità anche se scandita da un ritmo più spezzato e dinamico, il passato che segna le vite dei protagonisti e nel presente è come se stessero in un limbo ‘after life’. E poi, soprattutto, è un cinema che ancora sfoglia le pagine della propria vita, un album dei ricordi, la messa a fuoco di una memoria privata dove il passato ritorna attraverso personaggi, fatti, luoghi.

Shigemori, un prestigioso avvocato, assume la difesa di Misumi, un uomo sospettato di rapina e omicidio del titolare della fabbrica per cui lavorava e che aveva già scontato una pena per un altro omicidio commesso 30 anni prima. Misumi confessa sin da subito la sua colpevolezza e rischia la pena di morte. L’avvocato però, man mano che approfondisce il caso, inizia a dubitare che il suo cliente sia effettivamente l’assassino.

the third murder kore-edaTra la vita e la morte. Sempre più nelle zone tra il nero e il bianco della fotografia di Mikiya Takimoto che aveva già segnato i precedenti Father and Son e Little Sister. Ma il cinema di Kore-eda ha anche delle derive processuali da cinema e tv statunitense. Lo squarcio del rapporto con gli uccellini lancia per un secondo in dissolvenza Burt Lancaster di L’uomo di Alcatraz. E la frenetica quotidianità dello studio legale appare come un’allucinazione, come un frammento di una puntata di Law & Order.

Innanzitutto The Third Murder è un film quasi di fantascienza, ambientato nel futuro, anche se prossimo, anche dolcemente accompagnato dalle musiche di Ludovico Einaudi. L’omicidio avviene infatti l’11 ottobre 2017, quasi un segno di come il cinema di Kore-eda voglia lanciarsi improvvisamente in avanti portandosi dietro solo i segni del suo passato. Al tempo stesso però è ancora un thriller intimo, dove la ricerca dell’avvocato è simile, nell’intensità emotiva, a quello della giovane vedova alla ricerca del significato del suicidio del marito in Maborosi.

sandome no satsujin“Dov’è la verità?”. Sembra essere la domanda ricorrente. Un film dove i punti di vista cambiano. Mutano. Dove sono le prospettive individuali che possono ribaltare tutto. Per questo Kore-eda, con The Third Murder, realizza il suo Rashômon. In un’opera anche serrata nei dialoghi, dove l’indagine sembra ripartire ogni volta per tutti i dettagli disseminati, anche per i ruoli-chiave della moglie e la figlia della vittima. Ma al tempo stesso sembra quasi crearsi una simbiosi tra l’avvocato e l’omicida. Nei dialoghi in parlatorio, nei due volti che si sovrappongono. Dove il riflesso sembra dominare il viso vero. Quasi uno smembramento di personalità, dove tutti gli slanci (come quelli avvolgenti nel paesaggio innevato) possono essere memorie o produzioni della mente completamente inventate. “Dov’è la verità?”. Mai così sfuggente in un cinema invece ancora di esemplare lucidità, dove la testa stavolta conta un po’ più del cuore. Ma che nella dissoluzione delle singole individualità, stavolta lavora sull’inconscio e rivela, sorprendentemente, un’anima che arriva da lontano, quella di Ingmar Bergman. Come un asteroide.