#Venezia74 – Wormwood, episodi 1 e 2, di Errol Morris

L’impianto su cui è costruita questa miniserie Netflix ricorda parecchio Real Enemies, il progetto multimediale sul complottismo messo in piedi un anno fa da Darcy James Argue e dalla sua Secret Society (ne abbiamo parlato). Il compositore utilizzava lì la musica, la performance e una videoinstallazione per trasformare la controstoria d’America in un collage (parola-chiave centrale dei primi due episodi di Wormwood visti qui a Venezia) di spezzoni audio, frammenti tv e video di culto della storia dell’informazione alternativa: ne veniva fuori un testo nuovo costruito secondo quelle regole non scritte in grado di fornire la veridicità che ricerca qualsiasi fanatico delle teorie del complotto.

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Ecco, Errol Morris si diverte non poco ad affastellare questo suo lavoro, prodotto dal portale di streaming, di mille fuoriuscite, spezzoni di repertorio che includono anche istanti di cinema classico (l’Amleto di Laughton, il film su Martin Lutero di Irving Pichel), split-screen audaci che lanciano le frasi cruciali in loop, tutto l’immaginario popolare della Guerra Fredda in ogni fotogramma: in qualche passaggio, sembra quasi di ritornare alle traiettorie meglio riuscite dell’assurdo Snowden di Oliver Stone. Si tratta ovviamente di uno dei vari sottoinsiemi del catalogo Netflix, quello dei documentari d’assalto sulle storie dimenticate più morbose e inquietanti (da Kitty Genovese a JonBenet Ramsey via Amanda Knox), e come al solito ogni produzione del canale nasconde una riflessione sulla modalità stessa, trasversale, esplosa ed espansa, attraverso cui verrà fruita dagli utenti.

Stavolta però il flusso è sicuramente diseguale, a volte ingolfato altre decisamente stiracchiato, ma Wormwood sembra voler utilizzare la storia di Frank Olson soprattutto come canovaccio per fare dei tentativi di racconto seriale attraverso le stesse pratiche di dispersione e frammentazione dei documenti manomessi che CIA e FBI fanno puntualmente spuntare fuori in questi casi (silent weapons for quiet wars…).
Comunque. Frank Olson fa una brutta fine nel novembre 1953, precipitando da un hotel di New York. Lo scienziato faceva parte – consapevolmente o meno – di MKUltra, l’esperimento per cui veniva fatto assumere LSD a delle cavie umane per vedere quanto questo avrebbe modificato la loro reazione sotto tortura: si tratta di un suicidio causato dalla droga, o qualcuno ha messo l’uomo a tacere? La famiglia di Olson ha fatto un bel po’ di macello mediatico nel 1975, riuscendo a farsi ricevere dal Presidente Ford e dal direttore della CIA: e Morris segue il doppio binario del racconto delle ultime ore di vita di Frank, e del tentativo di scoprire la verità intentato dodici anni dopo, narrato in prima persona da chi vi partecipò, i figli dello scienziato e gli avvocati chiamati a collaborare al caso.

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Morris si prende tutto il tempo di sviare con derive apparentemente scollegate anche durante le interviste, colme di aneddoti che sembrano allontanarsi con baldanza dal troncone principale della narrazione – mentre la ricostruzione del 1953 è affidata a una struttura di finzione in stile canale satellitare tematico, con fotografia di Ellen Kuras, un po’ canonica e non proprio straordinaria negli istanti allucinatori sotto acido: la salva il benedetto overacting dell’amato Peter Sarsgaard (spalleggiato da un Bob Balaban con una balbuzie sincopata da caratterista consumato), dopo il Bobby Kennedy per Larrain, ancora impegnato a rievocare i dietro le quinte della memoria ufficiale americana.