#Venezia74 – Zama, di Lucrecia Martel

Come ci si sente in una terra che non è la propria? Nel momento in cui siamo lontani contro il nostro volere, non sembra che oltre alla nostra mente, a fuggire sia il luogo stesso in cui ci troviamo? Proprio come l’acqua che rifiuta il pesce nella storia che il prigioniero Indios racconta a Don Diego, sottolineando in modo profetico la sua condizione, come un’avvisaglia sciamanica, una sorta di maledizione.

L’ufficiale Don Diego de Zama (Daniel Giménez Cacho) è confinato in Paraguay per volere della maestosa Corona Spagnola, muta ad ogni sua richiesta di poter tornare dalla moglie Marta e dai figli in Argentina. La Corona Spagnola, lontana eppure terribilmente vicina, con i suoi governatori tronfi. Tratto dall’omonimo bestseller argentino di Antonio Di Benedetto, Zama di Lucrecia Martel mette in scena uno stagno, una strana immobilità di paesaggi e persone, ferme come frutti che marciscono al sole. Le inquadrature della regista argentina si stagliano sullo schermo, ricche di particolari, proprio come i quadri figurativi del 1700: le belle donne paraguaiane, i cani che guaiscono, gli schiavi che muovono pesanti marchingegni per fare aria a ricche donne civette. Tutto questo è posto come una vera composizione pittorica, fino all’ultima finestra sullo sfondo, in cui si intravedono bambini nudi camminare nel terriccio.

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In questo ammasso di corpi e di materia si muove come un intruso Don Diego, sempre alla ricerca di una tana nell’inospitalità immobile e passiva dei conquistati. Don Diego è sempre di troppo, vive una vita nostalgica ma al contempo vuole disperatamente un nuovo amore. Ogni luogo in cui cerca riparo è più angusto di quello precedente da cui è fuggito. Questo perchè è la terra che rigetta Don Diego, quella terra che sembra adattarsi come un manto solo agli Indios dipinti di rosso e alle donne del posto che si bagnano nei fanghi del fiume. La terra della Martel è qui intesa nel senso più profondo di Natura, insensibile e superiore ad ogni impiccio e capriccio umano. Attraverso stacchi narrativi perfetti nella loro illogicità, Don Diego compie il suo viaggio verso una libertà che sembra impossibile, un viaggio verso il caos dionisiaco e che non porta a nessun tipo di crescita.

In questo sfondo di perfetta irrazionalità, Lucrecia Martel restituisce con maestria la carica seducente che risiede nelle pagine della letteratura sudamericana. Sostenuta ancor di più dalla fotografia di Rui Poças, che bagna le scene di luce sgargiante, proprio come il sole che non smette mai di scaldare quei paesi lontani. Tanta è la luce che ogni contorno sembra esagerato,  come i personaggi di contorno, esageratamente carichi di bellezza o bruttura. Basti pensare al mefistofelico Vicuña Porto, il saccheggiatore che terrorizza il Paraguay e che come un’ombra segue Don Diego…Che ci sembra in pace solo quando guarda il fiume che non può guadare.

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