#Venezia75 – 22 July. Incontro con Paul Greengrass e il cast

Volendo affrontare la crisi dei migranti Paul Greengrass aveva pensato inizialmente ad ambientare una storia a Lampedusa, un’idea su cui aveva cominciato a lavorare raggiungendo la convinzione ad un certo punto che avesse bisogno di un altro modo di vedere la cosa, senza tuttavia abbandonare l’argomento prescelto. Un cambio di prospettiva. All’incontro con la stampa in occasione della presentazione del film 22 July, tratto dal libro One of us di Åsne Seierstad, presente in sala insieme al regista ed a Anders Danielsen Lie (Breivik), Jonas Strand Gravli (Viljar) e Seda Witt (Lara), ispirato ai fatti avvenuti sull’isola di Utoya nel 2011, realizzato grazie alla collaborazione con Netflix, rivela i due motivi che l’hanno spinto ad affrontare una tematica così scottante: la preoccupazione nel vedere l’Europa scivolare verso politiche di destra, talvolta estrema, a causa della crisi economica ed il movimento delle popolazioni con la paura che tale spostamento umano comporta, una paura strumentalizzata con fine propagandistico per raccogliere consenso.

“Ho voluto fare questo film per trattare il fatto che l’Europa sta cambiando, e questo cambiamento comporta che poi al suo interno possano succedere eventi come quello in Norvegia. Secondo me le democrazie devono lottare e vincere con i loro argomenti, non sono entità eterne, possono cambiare. Ci sono dei momenti di sfida in cui si è dovuto lottare, non solo con le armi, ma con le idee. I nostri nonni hanno conosciuto come il nazionalismo porti alla guerra, ed hanno compreso poi come controllarlo, ora quei confini si sono sgretolati e c’è un aumento di violenza e odio. La minaccia adesso è molto forte, offriamo questo film come forma di meditazione per affrontare questi problemi, i giovani devono lottare per vincere con la forza delle idee. Volevo far vedere i tanti giovani andati a testimoniare, per vincere su Breivik con le idee.”

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Per sviluppare il progetto Greengrass ha lavorato con l’autrice del libro, ma ancora prima ha sondato gli umori negli ambienti colpiti dalla tragedia, visitando i gruppi di appoggio alle famiglie, dal quale ha ricevuto il consenso dopo aver illustrato le sue intenzioni, per cercare sempre di essere rispettoso del loro dolore e del trauma che ancora li affligge. Poi insieme alla Seierstad, che era una reporter di guerra di Newsweek incaricata di seguire la vicenda della strage di Utoya, ha cominciato ad interrogarsi su cosa era successo in Norvegia, su cosa abbia trasformato un ragazzo normale della classe media, in un efferato assassino. Un terrorista che operava in un contesto ideologico ben definito, sul quale bisogna porsi delle domande, anche scomode, per risalire alla ragioni del gesto, e per essere infine in grado di smontarne la struttura, mostrando la falsità di certe idee.

Per il regista “é molto importante nel clima di oggi usare grande precisione nelle dichiarazioni, c’è un grosso rischio di populismo e nazionalismo. Come bisogna saper distinguere le dichiarazioni dagli atti che poi effettivamente si compiono, se anche ad esempio sono in disaccordo con Steve Bannon (guru dell’ultradestra americana e capo stratega della presidenza Trump) non posso certo associarlo a Breivik. Dobbiamo trovare delle opposizioni forti alla globalizzazione dell’odio, con argomenti articolati. Anche con questa sensibilità abbiamo pensato molto sulla questione del mostrare le scene di violenza, è un film su quello che è successo dopo, la porzione della violenza è una piccola parte. Le famiglie delle vittime non volevano che gli eventi fossero edulcorati, come per noi era importante essere fedeli agli avvenimenti. Ci sono dei momenti di pura violenza, ma per la maggior parte la violenza è suggerita e non manifestata, ci siamo molto contenuti nella sua rappresentazione.”

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Il cinema secondo Greengrass è una cosa bellissima che prende forme diverse, e ricorda come agli inizi i cinematografi fossero posti dove i poveri trovavano la possibilità di sfuggire ad una vita di miseria, quindi fosse in quel caso intrattenimento. Ma aggiunge che è anche una forma d’arte, che ha tra i suoi obiettivi di essere lo specchio del mondo, per far vedere a che punto siamo e dove stiamo andando: “Nel film non c’è un messaggio, cerco di dare un occhio veritiero degli eventi. Ho scelto un argomento di una certa risonanza ed ho scelto Netflix per portarlo ad un pubblico giovane. C’è del vero e del costruito all’interno, il film è uno spettro, l’attinenza alla realtà a volte può essere lontana. Io vorrei pensare che i miei film aderiscono ai fatti, ma non sono documentari e quindi la veridicità sottende obbligatoriamente un patto con il pubblico.”

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