#Venezia75 – aKasha, di hajooj kuka

Immagini reali ci introducono alla stagione delle piogge e del fango nel corso delle quali la guerra civile sudanese si interrompe prima di una nuova chiamata alle armi da parte delle opposte fazioni. Ma la pista documentaria è solo un falso indizio, presto accantonato per dare spazio a una fiction ricca di immagini “calde” e panoramiche, e a un tono baldanzoso e picaresco. aKasha è infatti una commedia in tempo di guerra leggera, spiazzante e, quindi, coraggiosamente antimilitarista.

Al suo primo film di finzione dopo il documentario del 2014 Beats of the Antonov, il quarantaduenne hajooj kuka fa davvero un po’ di tutto, come un filmaker d’altri tempi: regia, sceneggiatura, montaggio e fotografia (firmata insieme a Giovanni Paulo Atran). Qui racconta le scorribande di due giovani ribelli alle prese più con lo spirito d’avventura della diserzione e dei legami sentimentali che alla disciplina e alla guerriglia. Adnan e Absi scappano dai villaggi, si travestono da donna e salgono su una motocicletta per sfuggire ai pickup dei soldati. Il primo è un pigro donnaiolo impelagato nella relazione con Lina, gelosissima e stufa, a cui ha lasciato il suo kalashnikov che ha chiamato Nancy, come la sua ex. Recuperare il fucile, quasi una sorta di simbologia fallica evidentemente accessoria alla passività del protagonista, è l’espediente per rimandare di ventiquattro ore il raduno che dà il titolo al film.

La fuga, in verità, qui sembra non soltanto scelta politica, ma dichiarazione programmatica di un cinema devoto al fascino dell’alternativa magica e popolare. A un certo punto l’uso allucinatorio degli effetti speciali capovolge definitivamente il realismo del prologo, contaminando l’operazione con i sapori acidi di un’Africa onirica e stregonesca. In questo contesto non c’è spazio alcuno per gli intellettualismi ma solo per immagini essenziali, e domina l’impulso di raccontare personaggi, situazioni, spazi. C’è tanta, preziosa, umiltà in questo breve (78’) e appassionato film, coprodotto anche da Sudafrica, Qatar e Germania. Questa è un’opera che fa la cosa giusta. Combatte il sangue con il piacere del racconto per immagini, riuscendo a trovare una sua tonalità di colore e di sentimento. Un piccolo bigliettino d’amore fatto film.