#Venezia75 – Arrivederci Saigon, di Wilma Labate

Sono giovanissime e vengono tutte dalla provincia industriale toscana, le acciaierie di Piombino, il porto di Livorno e le fabbriche Piaggio di Pontedera. È la provincia rossa delle case del popolo e del PCI. Uscire da questa provincia per loro è un sogno, ma siamo nel 1968 e tutto è possibile. Ricevono un’offerta che non si può rifiutare, una tournée in Estremo Oriente: Manila, Hong Kong, Singapore, Vietnam, Giappone. Armate di strumenti musicali e voglia di cantare, partono sognando il successo ma si ritrovano in guerra, e la guerra è quella vera contro i Vietcong. Dopo cinquant’anni Le Stars raccontano la loro avventura tra soldati americani, basi sperdute nella giungla e musica soul. In un periodo di gruppi emergenti italiani, costituiti rigorosamente da maschi, nasce il gruppo tutto al femminile: Viviana, Manuela, Rossella, Daniela e Franca. Si costituiscono quasi per caso, grazie anche ad un impresario piombinese, un certo Saggini, che per tre mesi le invierà ad allietare le truppe statunitensi al fronte, al sud del Vietnam, non al Nord, dove invece si esibivano le stars non belligeranti, quelle schierate con i movimenti pacifisti. Tre mesi d’inferno, vissuti con la paura di morire, il terrore di non tornare più a casa, tra bombardamenti feroci ed esperienze ai limiti della sopravvivenza. Ed infine, al rientro in patria, subire anche la beffa di essere attaccate dagli oppositori alla guerra, pronti ad accusarle di aver preso posizioni politiche filo americane.

Ma la verità è quella di aver semplicemente firmato un contratto, ignorando tutto quello che ne sarebbe conseguito. Troppo giovani, troppo ingenue e soprattutto troppo prese dalla passione di esibirsi e poter vivere un’esperienza unica. Addirittura alcune di loro non sono riuscite neanche a parlare liberamente di questa avventura, per anni questa vicenda è rimasta nell’oblio perché fraintesa e considerata sconveniente in determinati ambienti politicizzati. Tra immagini di repertorio, di assoluto valore storico e impatto emotivo, e la ricostruzione dei fatti, attraverso le testimonianze delle protagoniste, oggi praticamente tutte insegnanti nelle rispettive scuole di musica, avviate nei propri luoghi di origine, il documentario si destreggia, anche grazie al “controllo” fotografico di Daniele Ciprì, con estrema naturalezza e convinzione. Tra l’altro, la consueta abilità di muoversi, da parte della regista, nei meandri di verità scomode e di forte impatto sociale, è arricchita ulteriormente da uno sguardo capace di catturare la vulnerabilità dell’animo umano, in balia di sovrastrutture, a volte fuorvianti, anacronistiche e terribilmente nefaste. Alla fine comunque è solo un arrivederci, perché la paura della morte e l’orrore della sofferenza scorrono davanti agli occhi e soprattutto ed inesorabilmente nelle vene.