#Venezia75 – At Eternity’s Gate. Incontro con Julian Schnabel e Willem Dafoe

L’ultimo attesissimo film diretto da Julian Schnabel è stato presentato oggi a Venezia: At Eternity’s Gate è il racconto appassionato e febbrile degli ultimi anni di vita vissuti dal genio olandese Vincent van Gogh, un film che si presenta come riflessione sul senso dell’essere artista, sui misteri dell’arte tout court e sul rapporto intricato tra bello e natura nel segno della trascendenza. Una nuova opera, dunque, con la quale Schnabel ha saputo ricreare sensorialmente momenti ispirati ad alcune delle più celebri scene tratte dai dipinti di van Gogh, tenendo assieme liberamente eventi della vita dell’artista considerati realmente accaduti e fatti inventati in toto.

L’incontro con la stampa riunitasi a Venezia inizia con un lungo e caloroso applauso per il regista, per l’attore protagonista, Willem Dafoe, e per tutto il resto del gruppo di lavoro – spicca in sala la bellissima Emmanuelle Seigner – , il quale viene presentato da Schnabel in persona, sinceramente devoto ai colleghi che hanno consentito tutti insieme la riuscita felice del film. Schnabel inizia raccontando le premesse dalle quali si muove il suo lavoro, sottolineando che non si tratta di una biografia a carattere “scientifico” sul pittore olandese, bensì di un’opera maggiormente fondata su un approccio sensoriale: «Tutti pensano di sapere tutto su van Gogh, quindi all’inizio sembrava inutile farne un film (e questa è la premessa iniziale). Poi ci siamo recati al Musée d’Orsay a Parigi e ci è venuta un’idea: in un museo ci avviciniamo uno ad uno ai dipinti e quando usciamo sentiamo un senso di accumulazione. Dunque, abbiamo voluto ricreare proprio questa sensazione. Conosco molto di van Gogh, sono anche io pittore, ho letto le sue lettere, ma tutto questo era solo un punto di partenza. È impossibile spiegare il film: volevo solo cercare l’equivalente di ciò che si prova quando si guarda un’opera d’arte… Non ci sono vie certe».

La figura di van Gogh è rimasta a lungo una tra le più dibattute, misteriose e appassionate della storia della grande arte del passato; Schnabel sembra visceralmente legato a questo personaggio: «Credo fortemente alla sua lucidità! Se ritorniamo ai suoi diari o alle lettere, è evidente che egli fosse molto lucido. In tutto ciò che abbiamo scritto nel film c’è la presenza vera di van Gogh: sapeva bene dove si trovava…». E, a questo punto, sopraggiunge Dafoe, il corpo/volto prestato all’artista redivivo nel film, ogni volta – intenzionalmente – cangiante nell’interpretazione in base alle figure incontrate dal pittore (il fratello Theo, i medici, il prete, ecc.), sempre consapevole del fondamentale rapporto da tenere con il pennello e la natura: «Una delle cose che Julian mi ha chiesto di fare era di guardare alla biografia di van Gogh e di appuntare ciò che mi colpiva. Era estremamente lucido, mi sono molto identificato in lui. Penso che non sia tanto il “genio torturato”; ha parlato di molto altro, della malattia che ci può guarire… Una delle cose che più mi ha ispirato, è che sia andato oltre il “pensiero duale”».

L’incontro sembra focalizzarsi sempre di più sul tema del “vero” e delle fonti utilizzate, si chiede spesso quali dei fatti raccontati nel film corrispondano a verità oppure siano stati il frutto dell’immaginazione del regista. Schnabel sembra molto risoluto a riguardo: «Non mi importa se quegli appunti di van Gogh siano veri: questo è un film, non mi importa nemmeno se si è suicidato o è stato assassinato… Semplicemente è stato nostro gusto scegliere di fare così». A questo proposito, viene interpellato dalla platea anche uno degli sceneggiatori, Jean-Claude Carrière: «Sulla questione del suicidio non esiste alcuna testimonianza, nessuno ha mai trovato l’arma da fuoco o il suo materiale per dipingere. Noi abbiamo lottato contro questa leggenda: alla fine della sua vita, van Gogh realizzava un dipinto al giorno, non era depresso come viene descritto di solito. Riguardo ai suoi appunti, noi li abbiamo visti ed esaminati, dunque potrebbero essere davvero i suoi». Sull’argomento della verità dei fatti – lapidario – Schnabel afferma, infine: «Io mi dimenticherei della domanda se van Gogh ha detto o non ha detto davvero queste cose… Erano solo delle possibilità… Tutto ciò che mi piace della sua figura è nel film; ho detto in questo film tutto ciò che so della pittura stessa: van Gogh parla proprio di quello che io volevo dire dell’arte, quindi ho parlato attraverso la sua bocca».