#Venezia75 – Carmine Street Guitars, di Ron Mann

I feel healed in the drones, si racconta abbia detto una volta Lou Reed mentre era immerso tra cavi e amplificatori (lo racconta il guitar tech di fiducia di Lou, nel documentario): com’è noto, tutta quell’elettricità statica causata dai feedback rimpallati da strumento e cassa monitor era il suono prediletto dal musicista per seppellire il ricordo degli elettroshock a cui era stato costretto da adolescente, assurda cura imposta dai genitori per i suoi “comportamenti deviati”. Mi sento guarito in mezzo ai droni, sollevato dal flusso, cullato dal loop infinito (d’altronde Metal Machine Music nella sua versione originale non finisce, il vinile era progettato per restare incastrato nel giradischi, e ripetere senza sosta l’ultimo minuto di intollerabili fischi e stridori elettrici).
Electricity comes from another planet, cantava Reed (o era Martone ieri?): in questo ciclo ritornante e spiraliforme, Rick Kelly nel suo negozietto di strumenti musicali al Greenwich Village trasforma le assi di legno degli edifici dismessi di New York nei corpi di chitarre dal suono unico, le cui note riecheggiano della storia di quelle travi di pub, hotel, pezzi di downtown che la metropoli spazza via e sostituisce senza soluzione di continuità. I feel healed in the drones – anche Lou possedeva un bel po’ di chitarre forgiate da Rick, e droni multidimensionali, note elettriche da epoche trasversali squillano in questi accordi cristallini che spuntano fuori dal legno della città che non dorme mai, evocati da una manciata di chitarristi leggendari della scena di New York e non solo (Nels Cline, Lenny Kaye, Marc Ribot, Charlie Sexton…), soprattutto da un Bill Frisell come al solito rabdomantico nella sua capacità di far sgorgare l’emozione dalle corde.

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Basterebbero le brevi esibizioni che tutti questi musicisti regalano alla mdp di Ron Mann, mentre fanno visita al negozio di Rick e si fermano per una chiacchierata, a rendere prezioso Carmine Street Guitars. Ma il film porta con sé anche una riflessione sul riuso incessante di un analogico “potenziato”, materiale tangibile che viene trasformato non solo dalla propria ridefinizione – da pezzo di costruzione a strumento musicale – ma ancora maggiormente dalla “qualità generativa”, direbbe Kevin Kelly, che possiede (il suono, letterale, di un pezzo di New York), e che lo rende inimitabile, unico. Forse è così che si guarisce la malattia del contemporaneo di abbattere prepotentemente il passato: rimescolandone le tracce in modo da ripensarne urgenza e modalità d’utilizzo.

In questo, complice la presenza di Jim Jarmusch (segnalato nei credits come “istigatore” del documentario) che passa a bottega a farsi cambiare le corde dell’acustica, il film spartisce il mood di racconto di una New York destinata a scomparire, minacciata continuamente dagli squali dell’edilizia immobiliare, con gli esperimenti di Auster e Wayne Wang come Blue in the face (che aveva appunto Jarmusch e Reed tra gli avventori di quella che lì era una tabaccheria).
Un sentimento di passione autentica che lo salva dal canone del documentario da canale satellitare sulla routine quotidiana di personaggio che fa un lavoro bizzarro, e insieme innerva le immagini di quello stesso pulviscolo che attraversa il negozio, fatto di legno lavorato e piallato ma anche di elettricità in circolo, inafferrabile ma percepibilissima, densa.