#Venezia75 – C’est ça l’amour (Real love), di Claire Burger

Se esistesse davvero un cinema che tenta la sperimentazione o meglio, che traduce l’empirismo dei sentimenti, nell’attualità del suo farsi, allora il film della quarantenne Claire Burger apparterrebbe a questa categoria. C’est ça l’amour è uno di quei film non adatti a chi attende il colpo di scena e neppure a chi si aspetta di uscire dalla sala avendo vissuto una specie di mutazione dello sguardo. È un cinema quasi disadatto e a tratti afasico, ma non perché non abbia nulla da dire, anzi il contrario, perché cerca sempre il modo più efficace per dirlo. In questo Claire Burger sembra dialogare con il proprio pubblico, piuttosto che restare autrice-demiurga.

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Il film è il racconto di una ricostruzione della propria stima vista attraverso la quotidiana situazione di un uomo, il protagonista, Mario, funzionario pubblico, anonimo tra gli anonimi, che un giorno, per (im)precisate ragioni viene abbandonato dalla moglie e gli restano a carico le due figlie. Niki è in piena esplosione ormonale, Frida è eternamente imbronciata. Ma Niki è solidale con lui, Frida è in guerra aperta.
Il solco sul quale viaggia il film non è quello di una ricostruzione della propria vita, dopo la rottura del legame d’amore che durava da più di vent’anni, ma quello di un recupero della propria autostima. Mario sembra comprendere i propri errori con la moglie Armelle e questo lo porta a caricare su di se le colpe, senza riuscire a trovare una via d’uscita. Lo stesso rapporto è vissuto con Frida dal cui atteggiamento, sempre scorbutico, sembra essere soggiogato.
Nel suo scorrere C’est ça l’amour diventa un film meditativo, dove nulla di eclatante accade e dove il mutamento risulta impercettibile, eppure, i personaggi si muovono, i loro sentimenti mutano, le loro vite lentamente si trasformano. Claire Burger sembra sperimentare i sentimenti e allontana i corpi, riunendoli nel finale. Lo spaccato familiare è, come accade con una certa frequenza, specialmente nel cinema d’oltralpe (L’affido, ad esempio), il ritratto di una sorta di terzo paesaggio, incastrato tra un futuro ancora non percepibile nel quale non sappiamo che fine faranno i rapporti familiari e su quali strutture si legheranno e un passato che si sbriciola sotto i colpi del “diritto” ad una giusta libertà, ma talvolta dura da accettare. La regista francese si pone domande e le pone al suo pubblico e attraverso il cinema, mette in moto un invisibile meccanismo di indagine sul tema di una sociologia familiare tutta da inventare alla luce della nuova disciplina sociale, alla luce di una nuova struttura del pensiero e di una frammentazione assoluta di ogni unità familiare che quando c’è non può che considerarsi fittizia. Proprio attorno ad una artificiosa forma di unità ruota la sequenza di Mario che sta male perché la figlia Frida, in una specie di eccesso punitivo, gli ha propinato una potente droga.
Si assiste, attraverso questa apparente tranquillità narrativa, alla sperimentazione dei nuovi sentimenti e, nel contempo, alla ricostruzione di quella autostima che Mario sembra avere perduto. Un cinema meditativo ed esigente a suo modo, che attende un pubblico disposto alla riflessione e di questi tempi non è del tutto semplice e non è del tutto scontato.
È proprio questa sua caratteristica a fare del film una specie di work in progress, assumendo quasi le vesti di una ottima bozza ancora non definitiva. Non è un difetto, anzi diventa un pregio poiché sembra alludere ad un progetto più ampio, pur nella minimalità dentro la quale si muove. È la stessa autrice a lavorare intensamente su questa prospettiva. Il teatro Atlas, al quale Mario sulle prime partecipa solo perché, tra le maestranze c’è anche la moglie, è una specie di messa in scena – secondo la tradizione ormai consueta dell’arte che entra nella vita imitandola (o viceversa, il che è quasi lo stesso) – di storie che assomigliano a quella di Mario e l’avere scelto la sua può quasi apparire una casualità. In questa visione il film allarga i propri orizzonti, divenendo qualcosa di diverso che una semplice, seppure originale, riflessione sui legami familiari. Gli orizzonti diventano altri e guardano al mutare dei rapporti sociali, guardano, soprattutto a quello che oggi si chiama la narrazione della vita e, nello specifico, dei sentimenti. La narrazione, per l’appunto, ma per converso, l’incapacità di viverli, di trasformarli in materia vivente, aspirando sempre ad altro e senza la capacità di trovare neppure una specie di felicità. Claire Burger ci offre questa possibilità e nel finale riunisce casualmente i corpi dei suoi protagonisti e delle sue comparse e Mario ritrova la stima di se stesso.
Là dove comincia la sperimentazione, sembra finire la finzione.