#Venezia75 – Charlie Says, di Mary Harron

Lo spettro e il mito di Charles Manson attraverso i ricordi di tre sue seguaci che erano entrate a far parte della sua setta. Le loro testimonianze vengono raccolte da Karlene Faith una ricercatrice che lavora nel penitenziario e che porta a confrontare e tre ragazze con l’efferatezza dei crimini che hanno commesso.

Mary Harron lavora ancora al confine tra il fatto di cronaca e la sua ricostruzione. Charlie Says non è un biopic integrali ma, come in Ho sparato a Andy Warhol, ce ne sono tracce consistenti. Soprattutto c’è, oltre quello della cineasta canadese Mary Harron, un altro sguardo di un altro personaggio: quello di Valerie Solanas che aveva ferito gravemente l’icona della pop art in Ho sparato a Andy Warhol, quello delle tre ragazze per quanto riguarda Charles Manson.

Charlie Says è raccontato essenzialmente in terza persona. Già dal titolo. Il suo personaggio però non viene fuori non soltanto come proiezione soggettiva degli altri. Emerge la sua personalità multipla: la comunità come distacco dal materialismo (mangiano il cibo trovato tra i rifiuti), la sessualità libera. In realtà nei suoi occhi c’è tutto il desiderio di un controllo assoluto. E soprattutto la sua frustrazione per la mancata carriera di musicista. La scena in cui capisce che quella strada per lui sarà preclusa, fa esplodere una rabbia che trattiene sempre più a fatica. Questa ossessione è già annunciata dall’inizio con l’immagine di Dennis Wilson, batterista dei Beach Boys, che da un passaggio in macchina a tre suoi adepti che stavano facendo l’autostop.

La ricostruzione di Mary Harron è corretta. Ma non va oltre. Sbrigativo nel mostrare la rivolta contro i ricchi prima del massacro di Cielo Drive dove venne massacrata e uccisa anche Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, all’ottavo mese di gravidanza che si vede anche nella tv del carcere in un frammento documentario. Più incisivo in alcuni momenti dove emergono i suoi inquietanti sguardi e gesti – grazie anche alla buonissima prova di Matt Smith, la star di Doctor Who – come nella scena in cui fa spogliare nuda una ragazza davanti al fuoco e poi l’abbraccia, ma le forme del Male arrivano solo a intermittenza. Da questo punto di vista resta decisamente più riuscito il suo American Psycho.