#Venezia75 – Continuer (Keep Going), di Joachim Lafosse

Gli spazi aperti del Kirghizistan. Ancora una distanza, una separazione in atto. Come una specie di Dopo l’amore in chiave western. Sybille (Virginie Efira) e Samuel (Kacey Mottet Klein), madre e figlio. Non si capiscono, si parlano pochissimo. E il ragazzo ha nei suoi confronti un aperto atteggiamento di ostilità. C’è un passato che non le perdona. Tutto il tempo non trascorso insieme. Lei sta lottando contro i suoi demoni. E il viaggio, soli, a cavallo, in una terra sconosciuta, è il tentativo di strappare il figlio a una vita sbandata. E forse di riavvicinarsi.

Ancora disgregazioni familiari nel cinema di Joaquim Lafosse. Dove l’intensità in Continuer, tratto dal romanzo di Laurent Mauvigner, è più intermittente rispetto ai travolgenti À perdre la raison e soprattutto l’ultimo, immenso, Dopo l’amore. Lafosse lascia le tenebre fuori campo, contempla il paesaggio come specchio per un viaggio individuale nella memoria tra i due protagonisti. Si sente ancora, forte, la rabbia, del suo cinema. E anche quell’ostilità fisica che si accende anche solo da uno sguardo. Lo sguardo di sfida di Sam verso la madre all’inizio nella scena in cui si trovano tutti a tavola. La paura della madre e del figlio quando vengono infastiditi in piena notte. O anche quello iniziale del ragazzo nel momento in cui vanno a far rimettere i ferri ai cavalli che anticipa uno dei momenti più intensi del film, in cui il maniscalco e i suoi aiutanti li stendono, li accarezzano e ci parlano.

Continuer è sempre sul punto di decollare, di esplodere. E i tentativi sono continui, che durano quasi tutto il film. E ogni volta che ritorna a terra si rialza. Se il cinema di Lafosse di solito travolge per quell’intensità anche malata, stavolta procede per impennate. Forse per cercare di liberarsi da una scrittura che lo circoscrive eccessivamente: l’iPod perso da Sam e ritrovato da Sybille, il ballo come provvisorio momento di felicità con il brano Tornerò de I Santo California poi interrotto dal ragazzo. E la struttura-diario che lo limita fino alla fine, quando forse aveva bisogno di un altro finale. Ma la parola è sempre veemente. “Cosa hai mai fatto di giusto?” chiede il figlio alla madre. E anche il paesaggio muta. Cambia di colore, di aspetto. E anche il terreno diventa insidioso. Come le sabbie mobili che potrebbero risucchiare i cavalli. Lo stesso terreno insidioso di un cinema sempre al limite come quello di Lafosse, che stavolta è apparso più trattenuto. Anche con gli ottimi Virginie Efira e soprattutto il giovane attore svizzero Kacey Mottet Klein che già aveva sorpreso con Téchiné in Quando hai 17 anni.