#Venezia75 – Doubles vies. Incontro con Olivier Assayas e il cast

Uno dei cineasti più attesi di #Venezia75, il francese Olivier Assayas, ha presentato oggi alla stampa il suo ultimo lavoro in Concorso, la commedia sulla rivoluzione digitale contemporanea Doubles vies, che vedremo nelle sale italiane a partire da gennaio 2019 – per I Wonder Pictures – con il titolo Non Fiction. Insieme ad Assayas, sono sbarcati al Lido per accompagnare il film anche gli interpreti Guillaume Canet, Vincent Macaigne, Nora Hamzawi e Christa Théret; grande assente, invece, l’acclamata star Juliette Binoche, che nel film veste i panni di Selena, attrice televisiva di professione, moglie dell’editore Alain (Canet) e amante dello scrittore Léonard (Macaigne).

L’incontro si apre con una riflessione del regista sul tema portante della pellicola, in particolare, osservandolo alla luce di un finale che sfocia nella materialità umana: «Se si decide di parlare del presente lo si deve fare in modo “umano”. Il film inizia in modo saggistico, ma successivamente affronta il tema dell’adattamento alla rivoluzione digitale dal punto di vista umano… Serve empatia umana con i personaggi… Quindi, il film ha un inizio astratto ma finisce in modo “incarnato”». Per Assayas, che ha scelto di raccontare l’avvento del digitale nel mondo dell’editoria e della letteratura in generale, si tratta però di un problema molto più esteso: «La trasformazione del mondo operata dal digitale ha avuto simili conseguenze in ogni aspetto della società contemporanea, l’editoria è solo il campo nel quale si avverte di più… Si tratta di un discorso universale su come ci si adatta all’evoluzione del mondo».

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Dal punto di vista più strettamente formale e di tecnica di lavoro impiegata, l’opera appare intrinsecamente contaminata dall’oralità, gestita in modo brillante dal gioco attoriale degli interpreti, tutti coinvolti in lunghe sequenze di scambi dialogici molto articolati: «Contrariamente a ciò che ho fatto per altri film, qui ho iniziato a lavorare scrivendo la prima sequenza senza sapere dove sarei arrivato, e solo a poco a poco ho aggiunto le altre scene e tutto questo si è poi trasformato in una commedia sul mondo contemporaneo. Mi sentivo un po’ intimidito a trovarmi a dirigere dialoghi così lunghi, non sapevo come renderli interessanti per lo spettatore… Così, ho capito che doveva essere un film di attori; avevo nell’orecchio il ritmo orale degli attori e mi sono messo da parte».
Importante è stato anche il lavoro alla fotografia condotto insieme a Yorick Le Saux, volto alla ricerca dell’innovazione, laddove per Assayas si annida davvero la spontaneità degli attori, a fronte di una ripetizione monotona che il cineasta tenta di scongiurare sempre nel proprio lavoro.

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L’attenzione dell’incontro si rivolge successivamente ad altri due temi chiave in relazione all’opera e alla visione dell’autore, quello del cinema digitale tout court e del cambiamento/impoverimento vissuto alla pari dai sentimenti umani nel contemporaneo. Risponde di nuovo Assayas, lucido critico della società odierna e degli stessi rapporti interpersonali: «Il cinema è già cambiato tanto, a partire dal sonoro negli anni Novanta per arrivare alla digitalizzazione dell’immagine che io stesso ho vissuto. Anche la circolazione dei film è cambiata in modo inimmaginabile e continuerà ancora a cambiare il modo di farli e mostrarli al pubblico. C’è qualcosa di eterno nelle relazioni umane, il solo modo di farsi capire si basa su qualcosa di elementare ed eterno. Dal digitale abbiamo anche imparato ad amare e comunicare in modo diverso».

L’incontro si conclude, sulla scia di questo, chiedendo un parere sul cambiamento subito dai codici del cinema via digitale anche al resto del cast, affrontando al contempo il nodo spinoso dello sdoppiamento provocato dai media nella vita delle persone, costantemente in bilico tra sociale/pubblico e un privato opaco e sempre più difficile da gestire. Così si è espresso l’attore Guillaume Canet: «Ho un rapporto particolare con il digitale; ho un po’ il panico riguardo a questa evoluzione, mi fa paura il consumo fast food dell’arte… Mi preoccupa il fatto che non si vivano più pienamente le cose, come accade alla mia coppia con Juliette, che appunto ha smesso di parlarsi delle cose essenziali».

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