#Venezia75 – Driven, di Nick Hamm

Anteprima mondiale, diretta dal regista statunitense de Il viaggio, The Journey, Killing Bono, film di chiusura dell’edizione. Ispirato a fatti veri, Driven è uno sguardo comico su un’amicizia finita male. È il 1974 e Jim Hoffman (Jason Sudeikis) è il classico padre di famiglia con due figli, infaticabile pilota, marito affettuoso di Ellen (Judy Greer). Ma occasionalmente spaccia anche droga. E quando Jim viene arrestato, perché vendeva cocaina approfittando della vacanza con la famiglia, l’ambizioso agente dell’FBI Benedict J. Tisa (Corey Stoll) vede l’opportunità di un successo per il Bureau, usando Jim per incastrare il suo inafferrabile fornitore. Ambientata nell’opulenta California dei primi anni ’80, è anche la storia della fulminea ascesa di John DeLorean, e della sua iconica DeLorean Motor Company, attraverso la sua amicizia con Jim, ex detenuto, diventato nel frattempo informatore dell’FBI. Abbagliato dal carisma e dalla lungimiranza di DeLorean (Lee Pace), Jim si trova presto nella sua cerchia più stretta, coinvolto nel lancio di una nuova iniziativa che promette di rivoluzionare l’industria americana dei motori. Opera che risente ovviamente il peso dei paragoni visivi e narrativi, con altri autori, su tutti Scorsese, Spielberg, nel volersi muovere nel mondo della truffa e della menzogna, sotto il sole ammaliante e accecante della California. Ma l’esperimento non decolla, anzi sembra arenarsi, diciamo più precisamente, finisce, quasi com’era partito, in panne. Ed è proprio questo particolare che sembra regalare, magari involontariamente, quello slancio immaginifico inaspettato. La luccicante e avveniristica DeLorean non parte, il motore non ha intenzione di perdersi ancora una volta nei flussi canalizzatori di un agognato ritorno al futuro. Marty: “Un momento, un momento, Doc. Eh… Mi stai dicendo che hai costruito una macchina del tempo… con una DeLorean?!”. Doc: Dovendo trasformare un’automobile in una macchina del tempo, perché non usare una bella automobile?”. La DeLorean di Jim stenta a ripartire e il finale si fa rivelatore di speranze inespresse.

Ci si diverte con poco e tra gli sporadici cambi di ritmo si potrebbero cogliere altre sfumature più riuscite. Come la caratterizzazione dei personaggi, di fatto ambigua ed inafferrabile, che effettivamente lascia spiazzati più volte. Non è ben chiaro però se questi spiazzamenti sono frutto di vuoti di scrittura e di struttura (di Jim Hoffman si sono perse completamente le tracce), o se effettivamente scaturiscono da una mano leggera, una guida coerente e mirata (Nick Hamm sa come districarsi, tra teatro, cinema e televisione). D’altronde sappiamo poco dei protagonisti (anche le informazioni sono state difficilissime da reperire, a detta del regista), si parte subito attraversando un corridoio di tribunale, con l’agente FBI ad impartire consigli sulla condotta da tenere dinanzi alla corte, che dovrà sentenziare su DeLorean. Quindi il film si sviluppa a ritroso, un lungo ed unico flashback degli eventi, intervallato con cadenza metodica dalle testimonianze in aula. Il messaggio è chiaro e paradossalmente allegorico: si sogna un Ritorno al passato, allora, ma per adesso è un sogno e basta, povero di mioclonie, di fasi REM, senza scossoni, senza coinvolgere più di tanto, ma tenendo comunque in piedi una godibilità di fondo, godibilità che si confà evidentemente con il mood festivaliero di questi anni, godibilità a scemare, godibilità priva di salti temporali, di decolli definitivi, ma capace di dissolversi senza infamia.