#Venezia75 – El Pepe, una vida suprema, di Emir Kusturica

Appena uscito dalle ultime immagini di La noche dei 12 años, Pepe Mujica, assolte le sue responsabilità di Presidente della Repubblica dell’Uruguay, entra con la sua diversa dignità nel film-ritratto El Pepe, una vida suprema, che Emir Kusturica gli dedica.
Oggi Mujica è un tranquillo signore quasi ottantenne che con la moglie Lucia Topolansky condivide il presente, ma anche i ricordi di una vita vissuta insieme sotto l’insegna di un comune ideale politico. Ma condivide anche l’amore per la coltivazione della terra e dei fiori (dice che tutti hanno bisogno dei fiori), il desiderio di offrire ai più giovani la loro esperienza di combattenti per la libertà. C’è qualche rimpianto nella vita di Mujica che è quello di non avere avuto figli. È la moglie, di spirito più pragmatico, a spiegare che chi si dedica con passione ad una militanza politica vive una vita troppo complicata che non lascia tempo per dedicarsi alla propria.
Kusturica resta da parte e ogni tanto spinge una domanda e José Mujica risponde senza remore e senza riserve.
El Pepe, una vida suprema si fa teso e ritmato e se l’oggi di Mujica appare quello di un tranquillo pensionato che si gode il suo mate e le serate tra musica e un bicchiere di birra, com’è giusto che sia, si getta anche l’occhio all’immediato passato. Le immagini delle giornate della sua presidenza, i suoi discorsi nelle occasioni ufficiali e in quelle quotidiane, quando si trovava in mezzo alla gente comune, restituiscono il profilo di questo protagonista della politica di questi anni. Ne risulta un ritratto efficace, sincero e soprattutto Kusturica riesce a fare filtrare dal suo lavoro l’amore che la gente nutriva e ancora oggi nutre per Josè Mujica. Soprattutto quello della sua gente, il che in questi anni non è cosa frequente per un politico che non ha mai accettato il compromesso e lo scambio, nemmeno nei suoi momenti più duri e nulla ha da offrire se non l’amore davvero enorme per il suo paese. Un amore che più che dalle sue parole emerge da quella evidente condivisione che è riuscito a creare con il suo popolo e siamo sicuri che è proprio a queste persone che mancherà la sua bonomia umana e la sua comunicazione politica fatta di parole semplici che traducono concetti complessi e che nascono esclusivamente dalle forti convinzioni personali. È per queste ragioni che Mujica non attribuisce troppo peso al suo ruolo di Presidente della Repubblica che ha sempre vissuto controcorrente sfidando i formalismi e i discorsi ufficiali. È in quest’ottica che il suo ultimo giorno da presidente è stato assolutamente uguale al primo, se non fosse stato per il congedo dal suo popolo in una piazza affollatissima ed emozionata come fosse un concerto rock. D’altra parte la sua frase di congedo dalla carica presidenziale è stata Non sto andando via, sto arrivando, a sottolineare la continuità del suo impegno e della sua battaglia per una società più giusta. C’è spazio anche per i suoi amici di sempre Eleuterio Fernández Huidobro, oggi scomparso e Mauricio Rosencof con il quale si coltivano i ricordi, ma si lavora anche sul presente. Mujica ha le idee ben chiare sui limiti e sulle qualità di un leader. Un vero leader, dice, deve lasciare dopo di se persone più capaci di lui. È il contrario di ciò che comunemente accade e da qui il suo essere contro ogni pensiero unico e contro qualsiasi banale conformismo che distrugge il senso vero e alto della politica.
Kusturica mette a frutto il proprio mestiere e ci consegna un film vibrante proprio sulle corde di quell’umanità che il protagonista esprime. Si ha l’impressione di una ricerca di una intimità che Kusturica coltiva e raggiunge con il suo interlocutore. Si tratta di piccoli lampi, del balenare di uno sguardo, di quei frammenti che solitamente vengono eliminati per dare maggiore compostezza al risultato finale e che invece l’anima nomade di Kusturica conserva per riaffermare la condivisione profonda che riconosce nelle parole di José Mujica.
È pur vero che il film non possieda particolari originalità, ma sono questi dettagli a restituire l’emozione che arriva dritta al cuore degli spettatori. Abbiamo imparato a rispettare del personaggio la sofferenza e abbiamo imparato a capire che attribuisce a questa e al disagio la capacità di insegnare alle persone molto di più che qualsiasi altra condizione.
El Pepe, una vida suprema è il ritratto di uno spirito giovanile, di un idealista senza tempo, ma anche di un vecchio combattente e tutto questo ce lo fa sentire come un insostituibile compagno di cammino.