#Venezia75 – José, di Li Cheng

Come nascondere ciò che non vuoi far vedere, sul grande schermo? Nella sua evidente visibilità, può il cinema diventare un modo per coprire qualcosa, eclissare una verità tra le distrazioni e la vertigine delle immagini? Primo film guatemalteco alla Mostra di Venezia, José di Li Cheng – Giornata degli autori e in gara per il premio collaterale Queer Lion – prende la realtà di un Guatemala rumoroso, vulnerabile e politicamente sconvolto, per portare avanti una storia privata, un segreto, un incontro che deve perdersi tra la folla, il traffico e le proteste per poter andare avanti mantenendo la sua invisibilità.

José (Enrique Salanic) è un ragazzo di 19 anni che abita nella periferia di Città del Guatemala, accanto a una mamma devota che vive attraverso di lui: per alzarlo dal letto la mattina, dargli da mangiare soltanto il cibo che lei prepara, fargli prendere l’autobus in tempo e tornare ogni giorno a casa, l’unica zona dove lui è protetto del male la fuori. Entrambi appartengono a una comunità estremamente religiosa e tradizionale, immersa in un ambiente che rende difficile farsi una vita e dove nessun giorno è scontato; perciò, respingere tutto ciò che sia diverso diventa l’unica salvezza. In modo parallelo alla lotta silenziosa della mamma, José comincia la sua propria: scoprire e sviluppare la sua omosessualità, prima sperimentando, poi trovando il primo amore. Finché la vera sfida diventa riuscire a nascondersi.

Seguendo la traccia di altri film latinoamericani come Marilyn – presentato alla Berlinale 2018 – e Nunca vas a estar solo – premio Teddy Berlinale 2016  che incrociano e mischiano l’argomento dell’omosessualità con la religione, il caos e la precarietà della realtà della periferia sudamericana, José si aggrappa alla descrizione visiva di questa realtà come principale risorsa; non solo per ritrattare un mondo organico che manifesta ogni volta più forte la sua urgenza di farsi sentire, ma per contribuire alla creazione di un immaginario che stabilisca uno stile, un canone, un universo riconoscibile. Questa volontà si manifesta anche nel contrasto tra l’eccesso di rumore, stimoli, interazione urbana e caos cittadino in cui si muovono i personaggi, in confronto ai silenzi e l’apatia presente nella loro intimità, dove tutto rimane nel terreno del non detto, del nascosto, sotto il tappeto. Come se ci fosse un bisogno di neutralizzare una emotività, un pregiudizio universale, un’esacerbazione culturale, ma allo stesso tempo sottolineare quello stesso spirito colorato, caotico e in costante sviluppo – questo modus operandi chiamato “terzomondista” – al fine di creare un’identità.

Il desiderio di trovare questa identità, questo posto nel mondo – per José, che si definisce attraverso la ricerca della propria sessualità, la madre che cerca se stessa attraverso la vita del figlio oppure un cinema che prova a stabilire un immaginario particolare specchiandosi nelle mancanze – porta il film di Cheng a perdere il suo fulgore iniziale, la sua naturalità, per rimanere fermo nel nascondersi dietro un’altra cosa. Invece di lasciarsi andare e seguire il flusso inaspettato ed errante degli autobus brillanti e colorati, il rumore spontaneo e quotidiano dei venditori ambulanti, oppure toccando in profondo la problematica sociale dell’omofobia e la repressione psicologica nascosta dietro la religione, José sembra rimanere fermo nell’ostinazione di stare in silenzio, occultato dietro un dialogo ambiguo, di un costante stato di quasi ebollizione ma senza bollire mai.

Lo status quo o velocità di crociera che a un certo punto raggiunge il film, forse lo aiuta ad andare diritto, senza spaventi, a seguire la direzione e raggiungere un finale, una chiusura. Ma se nel percorso questa stabilità gli fa perdere l’anima, non solo lo può allontanare da quell’immaginario collettivo latinoamericano che fa parte anche della sua anima, ma soprattutto dalla sua più intima, stridente e brillante identità.