#Venezia75 – L’amica geniale (Episodi 1 e 2), di Saverio Costanzo

Lo sguardo di Saverio Costanzo torna a posarsi sulle storie da best seller dell’editoria italiana: dopo il Paolo Giordano de La solitudine dei numeri primi e il Marco Franzoso de Il bambino indaco (trasposto in Hungry Hearts), è la volta del più chiacchierato e discusso caso letterario nostrano di quest’epoca, la saga dell’Amica Geniale. Confezione extra-lusso tra Rai e HBO, otto episodi scritti dall’autrice dei romanzi, la misteriosa Elena Ferrante, con Francesco Piccolo e Laura Paolucci, fotografia dell’abituale collaboratore Fabio Cianchetti, montaggio del deux ex-machina della nostra narrazione seriale, Francesca Calvelli, Paolo Sorrentino tra i produttori, musiche d’eccezione addirittura di Max Richter.
Eppure l’impatto con questa Napoli degli anni Cinquanta è spiazzante, per chi è abituato alle stranianti spigolosità del Costanzo “autore cinematografico” – quantomeno nelle prime due puntate, dedicate all’infanzia delle protagoniste Elena e Lila. La macchina sembra procedere per un accumulo esagitato di scene madri che quasi si aizzano l’un l’altra, e il racconto segue quelle traiettorie grossolane tipiche delle rievocazioni della memoria (non a caso, si tratta di immagini che vengono fuori da un diario postumo, quindi per forza di cose impreciso, a grandi linee…). Il quartiere in cui le due bambine combinano le loro marachelle alla Louisa May Alcott (puntualmente tirata in scena nel secondo capitolo della serie) è un piazzale in cui s’incrociano, sempre in mezzo alla strada e con le finestre aperte, le esistenze disgraziate di malviventi di quartiere, onesti lavoratori incattiviti dalla vita, padri violenti e altri più comprensivi, bulletti di periferia e donne con le occhiaie di troppe giornate passate a fare le madri e le massaie.
Uno potrebbe quasi rimpiangere l’impeto scomposto di Michele Placido dietro la mdp, abituato com’è il cineasta a servirsi quando serve di materiale non proprio raffinatissimo (e d’altronde, se fosse confermato il rapporto Starnone-Ferrante, il regista di Perduto Amore avrebbe così un legame ulteriore con la materia).

Ma c’è quell’istante lì, quello in cui Costanzo cita apertamente e spudoratamente la caduta di Anna Magnani in Roma Città Aperta, forse la sequenza più celebre di tutto il cinema italiano con la fontana di Anita Ekberg, che appare messo apposta per sparigliare le definizioni, far saltare il banco dell’adattamento-evento di un romanzo da classifica internazionale. Per quanto intollerabile, l’istante in cui Costanzo rifà Rossellini (buon ultimo di diversi omaggi diretti che costellano anche i suoi film precedenti) è uno screzio allo scintillio professionale del prodotto da esportazione, travestito da sigillo di garanzia dell’afflato neorealista e “didattico”, forse l’unico vero sussulto (quand’anche di reazione rabbiosa) tra le idee di una messinscena fino a quel punto sfortunatamente impersonale.
Costanzo spiega come la forma delle immagini della serie andrà a mutare con l’avanzare dell’età delle ragazze, dunque come gli episodi successivi assumeranno di volta in volta il respiro della fase esistenziale di Elena e Lia: per questo le prime due ore soffrono probabilmente di una gittata fin troppo corta, posizionata insomma ad altezza di bambina.
Dispiacerà allora perdere di vista le due incredibili piccole interpreti, Elisa Del Genio e Ludovica Nasti, straordinarie colonne delle puntate iniziali, i due elementi più sorprendenti e trascinanti dell’intero allestimento, di cui Costanzo riesce a cogliere con potenza assoluta la scalmanata spontaneità così come l’acerba, inconsapevole inquietudine.