#Venezia75 – Les tombeaux sans noms, di Rithy Panh

Per avere l’uguaglianza assoluta, la terra dovrebbe essere piatta. È questo che dice uno dei contadini chiamati da Rithy Panh a raccontare gli anni bui dei khmer rossi. Ed è una straordinaria immagine di saggezza concreta, “rurale”, che immediatamente manda all’aria tutte le illusioni di un ugualitarismo imposto, teorico e aberrante. Il vecchio aggiunge che all’inizio aveva lottato per la rivoluzione, perché voleva più diritti, più libertà”. La storia, cinica, ha smentito quelle premesse e quei desideri. Ha cancellato il sogno con l’orrore. Perché, forse, procede sempre così, con indifferenza e per annullamento, permette il presente quotidiano e lascia spazio al futuro solo se seppellisce il passato, gettandolo nella fossa comune degli errori e delle follie. Per andare avanti bisogna dimenticare, ci dicono spesso. Ma per Rithy Panh è impossibile. Come se non fosse ancora uscito dal campo di lavori forzati in cui ha toccato la morte con mano, sa che le cicatrici, in realtà, obbligano a ricordare le ferite. Per questo il suo cinema torna ancora ad affrontare il rimosso, il mancante, il senza, in un percorso che potrebbe a prima vista sembrare ripetitivo, ma che invece segue una logica conseguenziale. Dal confronto col nemico al tentativo di dare un’espressione all’immagine mancante. Sino a un ultimo gesto impossibile. Incontrare i morti, ridar loro un nome e una voce, liberare gli spiriti dall’inquieta maledizione di una condanna assurda e di una fine violenta.

Panh ribadisce che tra i fatti della storia ci sono zone di oscurità imperscrutabili e inenarrabili. Sono cose “vere”, terribili, impossibili da comprendere, eppur accadute. Ma proprio perché non immediatamente visibili, appartengono, in qualche modo, a un’altra dimensione, che condividono con ciò che sta fuori, nell’aldilà, nel soprannaturale oppure nel mondo degli incubi e dei sogni, negli inganni delle menzogne, delle illusioni e delle rappresentazioni. Dopo un lungo rito di purificazione, Panh può entrare nel regno dei morti, affidandosi al tramite delle sue medium e dei loro modellini, con i villaggi in miniatura. E, intanto, riattraversa i vecchi campi di lavoro e sterminio, quasi a volervi rintracciare la presenza visibile degli spettri, che si materializzano per pochi istanti in visioni, accensioni fantastiche, brandelli di poesie e di letture, baluginii di effetti speciali, frammenti di repertorio proiettati in un inquietante schermo nel bel mezzo del nulla. Come detto, ci sono anche i racconti di alcuni vecchi testimoni. E forse sono l’unico appiglio ancora reale all’idea documentaria. Da lì vengono fuori tutte le premesse della disastrosa rivoluzione del partito comunista della Kampuchea, le divisioni di classe, la distanza tra la popolazione urbana e la campagna. Ma sono pur sempre racconti dell’orrore, di fame disperata e di violenza, di spietatezza e di misera rassegnazione. E l’orrore non distingue più l’urbano dal selvaggio, il cotto dal crudo, rimette in dubbio i confini tra l’umano e il bestiale. Siamo sempre dall’altra parte. E tutto sembra una formula esoterica. Panh, resosi conto dell’impossibilità di un archivio o di un’archeologia, non può che farsi sciamano, per evocare la verità di ciò che è stato. Per provare a salvare ancora qualche traccia dal baratro dell’oblio.

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