#Venezia75 – Manta Ray, di Phuttiphong Aroonpheng

Un ricco potenziale espressivo e una magnifica fantasia danno forma controllata ad un soprannaturale che lambisce la vita del reale. Il vincitore di Orizzonti 2018

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #9


Manta ray, con la sua natura di racconto che ricerca nella ambiguità della doppiezza l’equilibrio tra l’umano e il mitico, ridefinisce quel luogo di confine, privo di qualsiasi coordinata geografica, in cui avviene lo scambio e si consuma un desiderio che sembra eterno.
Il giovane regista tailandese che rivendica per se la qualità di artista, costruisce una realtà evanescente che sembra dovere scomparire poiché soggiogata da una invisibile, quanto surreale, altra realtà, che circonda i suoi protagonisti e che diventa il vero terreno sul quale si gioca il destino di ogni identità. Il film di Phuttiphong Aroonpheng nasce dalle suggestioni create dalla diaspora dei Rohingya un popolo di perseguitati che soffrono i mali comuni di altre minoranze etniche.
Il protagonista è un pescatore che un giorno porta a casa uno sconosciuto, senza identità e forse muto, ferito gravemente non si sa bene in quale occasione. Lo cura e lo rimette in piedi. Ma l’ospite continua non parlare. Il pescatore che gli offre ospitalità lo chiamerà Thongchai. I due continuano a vivere insieme anche perché il protagonista è stato abbandonato dalla moglie che è fuggita con un altro. Dopo una battuta di pesca il protagonista scompare e l’uomo resta solo nella casa, ma la moglie, cacciata via dal suo amante, ritorna a casa. Thongchai comincia a vivere con la moglie del protagonista e sembra assumerne anche le sembianze. Il pescatore ricompare, ma il suo ruolo non sarà più quello di un tempo.
Il maggiore pregio del film è quello di essere riuscito a creare, all’interno di ben precise coordinate temporali e soprattutto unicamente funzionali allo sviluppo della vicenda, una surrealtà esclusiva fatta di precisi codici destinati a diventare forme concretamente essenziali alla definizione di quella realtà. Una specie di mondo parallelo in cui il regista gioca il senso della indefinibile e ambigua identità tra l’umano e il mitico, tra il reale che ci appartiene e una specie di mondo favolistico, invisibile e inquietante che ci circonda e al quale apparteniamo. Eppure Phuttiphong Aroonpheng non realizza un film pienamente legato a quel mondo misterioso, adattandosi così supinamente a certo cinema di Weerasethskul. Pur dichiarandone l’appartenenza quanto ai temi e alla chiave narrativa utilizzata, riesce a trovare una via del tutto autonoma nel rispetto di una tradizione culturale dalla quale quella cinematografia deriva.
Phuttiphong Aroonpheng ha diretto un film in cui il rapporto tra il reale e il non reale, o meglio l’invisibile, si materializza, conformandosi ad una necessità espressiva che fa capo ad una specie di incontenibile desiderio di utilizzare le immagini che possano raccontarlo. Manta ray che guarda al mito della manta che abita i mari, una specie di leggendario Horcynus Orca, muove da questa originale riflessione sulla inconsistenza della realtà da una parte e sulla evanescenza della identità dall’altra e il film per esaltarne i significati si avvale di una grande libertà espressiva e di una non comune capacità di fantasticare sul reale e sull’immaginario. È per queste ragioni che lo sguardo del regista sembra doversi allontanare da ogni urgenza interpretativa di quei codici esistenziali di cui dissemina il film, i segni quasi alieni, estranei alla pur doverosa interpretazione della realtà contingente (le pietre quasi pulsanti di vita, le luci irreali che invadono la foresta, i personaggi che si aggirano nel bosco quasi senza scopo). Si tratta di segni, di tracce che non hanno bisogno di una spiegazione poiché, molto più semplicemente, appartengono a quell’altro mondo, quello fantastico e surreale che vive d’attorno.
Manta ray sembra dovere aprire prospettive nuove di sguardo e soprattutto ridefinire i confini di quella identità sfuggente, oggetto di scambio tra i due personaggi del film. L’altro che entra nella vita del protagonista appropriandosene, diventa la chiave con la quale sembra possibile accedere alla realtà parallela, a quella forma di esistenza in cui lo scambio vitale tra i due mondi da sempre avviene e che solo il cinema riesce a fare emergere nella sua ambigua forma del racconto e attraverso una certa oscura doppiezza delle immagini che si caricano, come sempre accade, più di domande che di risposte.
Manta ray così carico di significati segreti e liminali al mondo misterioso che descrive, per gli spunti creativi dai quali prende le mosse, diventa anche una originale e quasi metafisica, riflessione sulla consapevolezza dell’altro come specchio di una doppia esistenza che si materializza dal mondo parallelo. Manta ray diventa il racconto dell’incontro con un antagonista che si impadronisce della vita del protagonista. Un cinema che svela il legame profondo del desiderio che fin dalle origini, risiede al fondo della della sua fascinazione e dalla quale trae sempre nuova vitalità. Il film che il regista tailandese ha offerto al suo pubblico incuriosisce e, inevitabilmente, avvince, carico come è di quel ricco potenziale espressivo e di una magnifica fantasia nel dare forma controllata ad un soprannaturale che lambisce la vita del reale, conferendo alle immagini un chiaroscuro perfettamente funzionale alla dinamica spirituale del racconto.

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