#Venezia75 – Masterclass con David Cronenberg

All’indomani del grande giorno della masterclass diretta dal regista canadese David Cronenberg, Leone d’Oro alla carriera di questa 75esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ricordiamo come, tra i corridoi del Palazzo del Casinò, si avvertisse nell’aria un certo fermento; le code stesse per aggiudicarsi un posto a sedere di fronte al grande cineasta hanno iniziato a formarsi da almeno tre ore prima dall’inizio dell’attesissimo incontro. Ma la stanchezza per la lunga attesa è stata indiscutibilmente ripagata per tutti i – fortunatissimi – presenti: David Cronenberg entra in sala accolto da un tripudio di applausi commossi, una standing ovation emozionante per quello che è, a tutt’oggi, uno dei più grandi registi viventi della storia del cinema.
Nessuno, tuttavia, si sarebbe mai aspettato un incontro con Cronenberg che non avesse come oggetto principale di discussione i suoi film o i temi ai quali è rimasto più affezionato nel corso della sua lunga e celebrata carriera. Cronenberg aveva esplicitamente chiesto alla Mostra di essere messo in condizioni diverse: possibilmente in una sala “intima” a discutere del contemporaneo, degli stravolgimenti che il cinema sta attraversando in questo momento storico così rivoluzionario, di Netflix e della serialità – girerà o no una serie lui stesso? – , di cosa sta cambiando in bene e in male e di come egli avverta in prima persona questa mutazione di fatto. Non i suoi film, allora; bensì, una chiacchierata semplice e divertentissima con uno degli autori più sovversivi sullo stato dell’arte odierna. 

Lasciamo spazio alle sue parole sul tema Netflix: «A Cannes la questione era: un film Netflix può definirsi cinema? Quando il film esce così sembra un’altra cosa, va guardato su smartphone, sull’orologio Apple, ecc., ma è comunque molto interessante. Se fate un film per Netflix forse non andrete su grande schermo, però sarete distribuiti in 190 Paesi! Questo ci porta a domandarci qual è la natura del cinema; si parlava della nostalgia per quando un tempo avevamo una comunità che adulava il cinema, la sua sacralità… Ma il cinema ha sempre vissuto degli sconvolgimenti, andarci diventerà forse una cosa rétroQuello che cambia è la qualità dell’esperienza: quando ho visto The Shape of Water di Guillermo del Toro era su Blu-ray, sulla TV di casa mia; dopo l’ho rivisto al cinema e non mi è piaciuto perché l’immagine era troppo scura».

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Cronenberg avvicina l’esperienza fruitiva della serialità a quella letteraria romanzesca quando di solito, nel caso di sceneggiature per il cinema, si porta lo scritto a ridursi essenzialmente ai dialoghi mediante una brutale operazione di taglio, non lasciando lo stesso spazio temporale per le evoluzioni che una serie può invece consentire: «Ho scritto un romanzo (Consumed Divorati in italiano), dopo ho pensato di farne un altro, ma poi ho guardato molte serie su Netflix e ho pensato che fossero come dei romanzi: credo che sarebbe una valida alternativa, chiederò al giornalista di Variety – che ha detto che sto lavorando a una serie Netflix – di farmi avere una sceneggiatura! Penso che dal punto di vista strutturale una serie sia più inventiva di un film, mentre dal punto di vista funzionale è la stessa cosa».
Cronenberg, dunque, si è affermato anche in quanto autore di libri con il suo Consumed, risalente ormai al 2015. Riguardo a questa prima esperienza da scrittore – sulle orme del padre – ci ha raccontato: «Ho trovato molta libertà nella scrittura del romanzo, ha rivelato molte cose di me. Forse diventerà una futura serie televisiva, ma non sarà diretta da me: c’era un produttore canadese che é interessato e un paio di scrittori che ne hanno cambiato molte cose. Se avrà successo sarà molto interessante».

È il rapporto del “regista delle mutazioni” con le trasformazioni tecno-stilistiche dell’arte odierna a interessare questo pubblico di critici e appassionati del “Cronenberg style“; il regista risponde con estrema disinvoltura e serenità alle domande concernenti l’evoluzione del mezzo e sembra amarne fortemente tutte le nuove possibilità: «Le cose si trasformano, non solo nel cinema. Se non ci fosse Internet oggi non potrebbe esserci Netflix… Odio la pellicola! Sì, c’è un po’ quella nostalgia, ma ricordo che c’era molta difficoltà a fare entrare nel cinema il tuo punto di vista (cambiava il colore dell’immagine, la risoluzione, cambiava tutto) e impazzivi. Eravamo analogici, ma adesso abbiamo scoperto di essere digitali: e siamo digitali perché organizziamo tutto in modo veloce e istantaneo. La pellicola è molto frustrante, è come mostrare una pessima fotografia di un dipinto: nel digitale, invece, abbiamo una replica uguale, non c’è più l’originale».

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Cronenberg non poteva non essere un grande estimatore anche della Virtual Reality, seppure con qualche comprensibile riserva: «Ho provato la VR, ma il mio problema è che soffro di mal di mare e d’auto ed è difficile esplorare la VR in tre minuti se poi inizi a rimettere! Ma potrebbe superare questo problema, sarebbe molto affascinante».
Al di là delle simpatiche battute dispensate dal regista, sembra evidente una sua totale disponibilità alla sperimentazione, quasi una fascinazione per la libertà fruitiva consentita nel mondo intero da piattaforme come Netflix, alla luce soprattutto di un’esperienza come quella di Cronenberg, che da sempre si è imposto coraggiosamente come regista dell’innovazione, al di là degli scandali e delle censure abbattutesi contro le sue opere (il celeberrimo caso dell’accoglienza-bomba di Crash a Cannes nel 1996).

Ci piace insomma questo 75enne sperimentatore, quasi fosse un bambino gioioso attratto da nuovi scintillanti giocattoli con i quali sfogare le sue fantasie (ed ecco che ci confida un’altra insolita passione per i droni, i quali hanno liberato il cinema ancora di più, e anche per le macchine elettriche Tesla). Ricordandoci sempre – lucido come non mai – che la tecnologia è da considerarsi solo un’estensione del corpo e della mente umani, con tutti i pro e i contro del caso.
Questo incontro speciale non manca comunque di riportarci anche al passato della grande opera cronenberghiana: il regista ci racconta qualcosa di M. Butterfly (1993), che sarà proiettato domani a seguito della consegna del Leone d’Oro, aneddoti e aspetti delle diverse fasi di lavorazione sui film, ricordi d’infanzia a Toronto, il rapporto con William S. Burroughs sul set di Naked Lunch (1991) e conclude, con un’innata e inaspettata dolcezza: «Quando il film è finito, è finito e non lo riguardo! Ormai è tutta “storia” la mia carriera passata, come fosse un documentario di quello che facevo in quel periodo: non riesco più a giudicare i film in quanto opere d’arte, sono soltanto i miei ricordi».
Cronenberg, di nuovo e sempre, artista proiettato verso il Futuro senza nessuna paura.

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