#Venezia75 – Roma. Incontro con Alfonso Cuarón

Alfonso Cuarón e il cast di Roma incontrano la stampa di Venezia per raccontare la storia di un film basato sulla vita di una persona molto vicina a Cuarón, perno della sua infanzia. La protagonista è la domestica di una famiglia borghese di città del Messico. Il regista ha confessato che lo sforzo più grande che ha dovuto fare per mettere in scena questo film è stato quello di guardare i personaggi da un’altra prospettiva mai adottata prima. “Quando cresci con qualcuno che ami non metti mai in discussione la sua persona, per fare questo film ho imparato a vedere il personaggio di Cleo non più come la mia seconda madre ma come la donna che è”. La vera sorpresa è stata proprio scoprire i personaggi in quanto donne”.
Ed è stato proprio in questo momento che il cineasta ha realizzato alcuni fattori della sua infanzia che nel film si evincono fortemente. Prima di tutto l’importanza e la forza delle donne sulla scena, dichiarate sole, sempre sole ed unico perno della casa, che da esse era interamente composta.
Le due attrici che interpretano la parte delle domestiche, Cleo ed Adela, hanno vissuto la prima esperienza sul set di questo film. Loro provengono da una comunità indigena e sulla scena hanno portato le loro radici, le loro tradizione e soprattutto la loro lingua, il mixteco, che durante il film utilizzano per comunicare tra di loro.

Cuarón ha espresso la sua volontà di rendere le scene quanto più spontanee e per farlo non ha mai fatto leggere il copione agli attori, ma continuava a dar loro indicazioni passo dopo passo, in modo tale che gli attori potessero conoscere il proprio personaggio gradualmente, vederlo prendere forma attraverso le loro stesse parole.
Il film è partito da tre elementi primari: in primis il personaggio di Cleo, poi l’utilizzo della memoria, elemento che ha dato la vera vita al progetto, ricostruzione dell’infanzia del regista, e per terzo il bianco e nero.
La scelta del bianco e nero è quella che pone più dubbi durante la conferenza ma il regista chiarisce subito che questo è stato un punto su cui non ci si è mai posti in discussione, il bianco e nera andava ad indentificare la dimensione di ricordo che avvolge l’intero film. Inoltre è stato scelto di utilizzare un bianco e nero in formato digitale, non si è cercato di portare un bianco e nero opacizzato e datato, quanto più un modo per parlare del passato.
Punto focale del regista era quello di assumere una certa distanza dai fatti, momenti così privati della sua vite che avrebbero reso giustizia solo con la distanza, con un occhio quanto più obiettivo possibile. Così come è stata importate la questione del tempo. Il cineasta infatti cerca di far combaciare quanto più possibile il tempo reale con quello filmico.
A chiudere poi la conferenza è stata la scelta di vendere il film a Netflix, quindi di destinare quell’attenzione alle inquadrature e alla scelta del campo lungo al piccolo schermo di un computer. È così che la parola è passata al produttore esecutivo David Linde che ha parlato della difficoltà di scegliere il mezzo di distribuzione più adatto in modo tale da poter avere una risonanza maggiore. Ha aggiunto: ”è ingenuo pensare che il pubblico non voglia vedere un film nel modo più appropriato per loro”.
Ma sono le parole di Alfonso Cuarón a mettere il punto alla discussione e anche alla conferenza, chiedendo al pubblico da quanto tempo non vede un film di Antonioni in sala. ”Non bisogna considerare questo nuovo modo di fruire il cinema come un nemico da temere, i nostri film continuano comunque a vivere anche sul grande schermo”.