#Venezia75 – Sulla mia pelle. Incontro con Alessio Cremonini e Alessandro Borghi

I film non solo un aula di giustizia“. Inizia l’incontro stampa al Lido di Sulla mia pelle – film apertura della Sezione Orizzonti, che racconta gli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi, morto in custodia cautelare nel 2009 in condizioni ancora non chiarite ufficialmente – e dopo gli applausi, prolungati più del solito, il silenzio consecutivo, gli sguardi complici, le parole commosse degli attori presenti – Alessandro Borghi, Jasmine Trinca, Max Tortora e Milvia Marigliano – e un po’ più di applausi, il regista Alessio Cremonini stabilisce così il suo principio. In una sala stampa piena e carica, che quest’anno è dipinta di rosso, le domande si susseguono sempre nella stessa direzione: come affrontare la responsabilità e la sfida che significa raccontare un caso di cronaca giudiziaria discusso e recente della storia d’Italia, che fino a oggi non è stato del tutto risolto. Senza perdere il sorriso ma sempre più enfatico, Cremonini ripete: non si tratta di dare un giudizio o presentare la versione definitiva dei fatti attraverso un film, ma dell’urgenza di raccontare una storia recente e ancora viva.

Così la pensa pure Alessandro Borghi, che interpreta Stefano Cucchi. Subito, prende la parola e sottolinea l’idea di un lavoro fatto su una “ferita ancora aperta“, che anche se sviluppata dentro lo schermo e in una cornice di finzione, trova il suo fulcro nel realizzare tutto con un profondo “senso di responsabilità”. Pure lui ha dovuto portare certa sofferenza sulla pelle; oltre ad aver perso più di 18 chili, racconta, praticamente si è isolato dalla vita sociale e quotidiana durante il processo, per scoprire le parti più intime e buie di se stesso: “Avevo una sana paura, ma devo dire nella misura giusta. Sono ancora legato a Cucchi emotivamente e lo ero prima di fare il film. Allora, mi è sembrata un’occasione inestimabile per raccontare una storia urgente, guidata da una sceneggiatura molto seria e rigorosa”.

Dopo aver dichiarato il suo amore storico per Jasmine Trinca – che interpreta Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano diventata attivista, che ha fatto del chiarimento della morte del fratello una lotta di vita –  Borghi scherza sul suo rapporto con suo padre nel film, Max Tortora, alleggerendo un po’ la carica emotiva che riempie ogni angolo della Sala Perla 2: “Sia per me che per il mio personaggio, l’altezza di Max Tortora è stata veramente una fortuna. Non sapevo bene come interpretare le proporzioni di Stefano, volevo renderlo un essere fisicamente più piccolo e vulnerabile; dopo aver abbracciato per la prima volta Max e capito che la mia testa gli arrivava sotto il petto, allora tutto è diventato più facile. È veramente stata un’esperienza magica”. 

Jasmine Trinca aggiunge una riflessione sull’interpretare un personaggio reale, ancora vivo: “certamente è una sfida interpretare qualcuna che già porta un vissuto, è  particolarmente impegnativo, perché devi rendere pubblico un dolore privato. Ma la mia intenzione d’attrice è soprattutto quella di rispettare la persona, che ha fatto un grandissimo atto di generosità”. È il turno di Max Tortora, che dopo aver riso con la battuta di Borghi adesso tenta di trattenere le lacrime: “Chiedo scusa perché sono veramente molto emozionato… allora, questa cosa della misura e della responsabilità è importantissima. Bisogna esserci dentro, affidarsi a quello che conosciamo della storia ma senza occhio voyeuristico – cosi come ha fatto Cremonini –  lavorare con gli eventi e soprattutto con molto amore per Stefano”. 

Ricostruire i fatti con una sensibilità equilibrata e con la “misura giusta”, come tutti i presenti s’impegnano a sottolineare, è stata la più grande sfida. Così lo racconta Borghi: “Tutto ciò che viene raccontato è stato spiegato da testimoni, interviste, ricerche, ricostruzioni, ecc. Ma la cosa che ci interessava anche era di raccontare come Stefano voleva iniziare una nuova fase nella sua vita, voleva cambiare, migliorare, emendare gli errori del passato. Era deciso a cambiare”. Cremonini aggiunge: “Abbiamo studiato, con grande umiltà e senso francescano, ciò che era accaduto, per capire senza pregiudizi. Scrivere la sceneggiatura è stato come il lavoro di un archeologo, scavare, capire. Poi, far diventare tutto carta, carne, pelle. Mettersi sulla pelle di Stefano”. 

L’incontro comincia a chiudersi, ma sembra che le domande – così come la ferita, ripetono tutti – siano ancora aperte. “Nel film c’è una porta che si chiude, ma non è l’ultima parola, tutti abbiamo un’opinione sulle cose, un punto di vista. Il nostro focus era quello di mostrare la storia di un ragazzo che ha passato sette giorni infernali, che è stato accusato di un reato e anche sulla situazione del sistema penitenziario, l’abuso di potere, l’autorità e la precarietà della giustizia”. Alessandro Borghi, però, aggiunge l’ultima parola: “Abbiamo fatto il film senza far caso dei giudizi né preoccupandoci degli altri, intendendo con gli altri questa nuova generazione di haters, che vogliono soltanto criticare e odiare tutti, senza avere uno strumento su cui riflettere”.