#Venezia75 – The Mountain. Incontro con Rick Alverson e il cast

Quello che emerge manifestamente dall’incontro tra la stampa e il cast – mozzato dall’assenza di Denis Lavant – del film The Mountain, è la volontà del regista americano Rick Alverson di costruire un lavoro complesso, di coraggio e pregnanza di contenuti, un film che in qualche modo si ponga sulla falsariga di un’infusione di senso di responsabilità per lo spettatore. A dirlo è lo stesso Alverson fin dal principio della conferenza veneziana, quando si è trovato a discutere di lobotomia, società occidentali privilegiate, chimere infrante e manie di grandezza che spesso – come nel caso del suo medico protagonista – possono condurre a infliggere agli altri sofferenze disumane.

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The Mountain racconta, per l’appunto, la controversa vicenda del Dott. Wallace Fiennes (Jeff Goldblum), celebre lobotomista vissuto negli anni Cinquanta, il quale continua a promuovere la propria procedura nonostante le smentite e gli atroci supplizi arrecati ai pazienti. A lui si unirà il giovane Andy (Tye Sheridan), ragazzo introverso con problemi di vissuto familiare, preso in carico come fotografo, il quale inizierà presto a identificarsi nei pazienti-vittime del medico, fino all’incontro con la giovane Susan (Hannah Gross).

L’attore Jeff Goldblum definisce il film un’opera dai tratti poetici e il regista un vero e proprio “genio”, coraggioso in questo confronto diretto con l’intervento di lobotomia – in particolare, facendo riferimento agli esperimenti risalenti al 1954, condotti dal noto medico neurologo Walter Freeman, autore tra gli altri dell’intervento a Rosemary Kennedy; eppure, dalle parole dei presenti, sembra emergere un tema ancora più profondo da indagare, quello che fa i conti con i rapporti con i padri influenti e con una società (americana) maschilista, avvezza da sempre ai soprusi sul diverso e sul più debole. Sarà la giovane attrice canadese Hannah Gross a confermare la suddetta tesi della dilagante mascolinità patriarcale, riportando anche un ricordo di vita privata: «Conosco una persona che è stata lobotomizzata nello stato dell’Arizona… Questa donna, in seguito all’operazione, era diventata completamente docile e tendeva a ripetere sempre le stesse cose. In quel tempo, non era poco frequente che gli uomini chiedessero una lobotomia per le proprie donne per renderle più docili!».

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Dal punto di vista stilistico, Alverson ha chiarito di avere intenzionalmente privilegiato uno “stile iperformale“: «Il film è terribilmente formale e spero che lo spettatore lo percepisca, anche dal punto di vista delle singole inquadrature… Mi piace fare sentire un attrito, una contesa sul materiale filmico, soprattutto in una società che sta diventando sempre più cieca rispetto ai contenuti. È un film difficile da digerire…Una sorta di lotta interiore, ma che diventa positiva».
Principale portavoce di questa ricerca dell’identità che emerge con forza come reale chiave del film, è appunto il personaggio interpretato da Tye Sheridan, il quale si è così espresso in chiusura di conferenza: «Ho già lavorato con Rick in passato e ammiro il suo coraggio perché questo è un film diverso dal solito. Credo che la lobotomia sia una metafora più grande e si riferisca alla credenza di poter aggiustare le persone “diverse”… Credo che il personaggio contempli davvero queste idee (la supremazia dell’uomo, il sesso con cui doversi identificare, come bisogna essere anche quando non è la scelta giusta, ecc.). Rick ha affrontato un tema che non vediamo spesso al cinema…».