#Venezia75 – They’ll love me when I’m dead, di Morgan Neville

They’ll love me when I’m dead si trasforma, prestissimo, anche in un insostituibile vademecum per non perdersi nel labirintico mondo creato, meglio, increato da Welles nel suo definitivo, incompiuto, magmatico e mitico The other side of the wind. Ma il film di Neville è anche molto altro.

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Un film interamente dedicato a ridefinire, ancora una volta, il profilo artistico e personale di un genio del cinema come Orson Welles. Artista contraddittorio e sfuggente, mutevole nelle sue passioni e nelle sue lunghe amicizie, Huston, cui avrebbe affidato il ruolo di Hannaford, il regista protagonista del film e Bogdanovich, che aveva eletto a proprio mentore Welles e al quale questi aveva affidato il compito di completare il film se gli fosse successo qualcosa. Morgan Neville indaga con un ritmo davvero incredibile, lavorando, con attenzione, sugli stessi toni del film che vuole ricordare. They’ll love me when I’m dead diventa febbrile nella sua ricerca di verità, proprio quella che Welles mascherava continuamente, lavorando sulla flessibilità del racconto e sulla magmaticità della materia. È proprio dall’amicizia antica con Huston che parte il racconto di Neville, e poi su quella, fondata su una differenza d’età considerevole con Bogdanovich, per scoprire i frammenti di una personalità così poliedrica come quella di Welles. Il film, The other side of the wind, avrebbe dovuto porre fine alla sua vita da esiliato in Europa e segnare il suo definitivo ritorno ad Hollywood. Ma il suo cinema, come la sua esistenza, non conosceva i tempi della comune normalità e così il racconto, come i tempi di lavorazione dei suoi film (Othello, The other side of the wind…) si frastaglia, alla ricerca di quella verità insondabile così centrale nel cinema di Welles a partire da Quarto potere che considerava una specie di maledizione per essere ritenuto all’apice dell’arte cinmematografica. Un film che aveva creato delle attese, subito rimosse con la tormentata vicenda del successivo e sfortunato L’orgoglio degli Amberson.
The other side of the wind è fin dall’inizio pensato come compendio della vita di un regista famoso, ma ormai alla fine della sua carriera, che non trova i soldi per concludere il film della sua vita. Welles mescola sempre le carte, nega l’autobiografismo così evidente nel film e nelle sue intenzioni e gioca, nelle interviste, con i suoi interlocutori, forse ne farò un documentario dice in una improvvisata conferenza stampa. Neville ritrova immagini di pregio, sconosciute, se non inedite e quelle, con le parole di quei protagonisti, testimoniano di quel lavoro del cinema che lo assorbiva interamente, dei tempi necessari a montare una scena, 6 mesi per quella erotica in auto, ad esempio, di The other side of the wind. Ma testimoniano anche, con le parole degli stessi protagonisti, oggi invecchiati, di quelle amicizie così profonde e speciali, ma anche così fragili come quella con Bogdanovich che si incrinò completamente quando Welles in uno studio televisivo, dialogando con l’altro suo amico Burt Reynolds, ebbe parole non proprio affettuose per lui.
Ma Neville, al contempo, non ha molta voglia di mettere ordine nel caos di Welles e ne ricalca lo stile, soprattutto con l’imprinting del film di cui vuole ricordare la lavorazione. Un lavoro che lo conduce sempre in quello scosceso e mobile territorio che si muove tra la verità e la menzogna. Si fa aiutare oltre che dal figlio di Huston, l’attore Danny Huston, anche da tecnici e collaboratori, occasionali e duraturi come il fidato Gary Graver, l’operatore che si offrì di lavorare per lui tanto la stima per questo autore e che oggi conserva gelosamente la Arriflex con cui il film è stato girato. Neville vuole conservare quindi quell’impronta che si fa viva quando emerge quella caotica forma di esistenza che è stata la vita artistica di Welles e restituisce anche un clima in cui affiorano le chiusure produttive per i film di Welles che si era conquistato la fama di regista che non riesce a finire i suoi film, tesi a gran voce contestata dalla figlia Beatrice.
Il film di Neville, presentato come evento speciale nel Fuori concorso a questa edizione della Mostra del cinema, diventa sicuramente un pezzo pregiato non solo per accompagnare idealmente la prima mondiale dell’invisibile film di Welles, ma per la personalità che comunque possiede e per l’assoluta amorevole cura con la quale è stato realizzato. Neville compiva diciotto anni il giorno della scomparsa di Welles e questo, per lui, cresciuto in una famiglia di cineasti con il culto wellesiano, avrà pure significato qualcosa. Il risultato è questo film che suggella la frase del grande regista americano che preconizzava la sua fama dopo la scomparsa. Un film che traduce la stima che diventa affetto, senza trascurare il desiderio di offrire una verità, senza la pretesa di farla diventare definitiva e che ci riporta le voci e i volti di tanti che hanno avuto la fortuna di vivere le storie di Welles, di entrare nel suo caos che resta comunque per sempre quello del “No trespassing”.