#Venezia75 – What You Gonna Do When the World’s on Fire?, di Roberto Minervini

Cosa fare quando il mondo è in fiamme? L’immersione di Roberto Minervini nelle radici culturali “dei” popoli americani prosegue con quest’ultimo tassello perfettamente inserito in un discorso cinematografico sempre più consapevole e strutturato. Dopo la trilogia texana, infatti, il regista italiano si sposta poco più a est e gira il secondo film (di un’altra trilogia?) nello Stato della Louisiana. Siamo a New Orleans, nel 2017. Il primo anno dell’era Trump, l’anno zero di una nuova fase nella consapevolezza della comunità afroamericana. Ecco allora: come fossimo nel post-apocalisse venuto dopo la scioccante seconda parte di Louisiana, questo bianco-e-nero lunare ci fa percepire subito una tangibile frontiera etica che diventa (nuovamente) un’ardita frontiera estetica. Ulteriore affinamento di un metodo che tende a innervare ogni intento documentale con sempre più evidenti spinte finzionali, crendo cortocircuiti fertili e necessari per alcuni, manipolatori e problematici per altri. Una cosa, però, è certa: la finzionalizzazione e la messa in forma del nostro quotidiano è una pratica ormai “naturale” nell’era dei software e dei social network. Ecco che il cinema di Minervini, apparentemente lontano anni luce dalle riflessioni teoriche sulla non-fiction assayassiana, si pone come ulteriore e necessario campo di confronto sulle odierne modalità di testimoniare il “reale”.

Ma torniamo a New Orleans. L’occhio antropologico di Minervini si sofferma su tre situazioni specifiche più un importantissimo corollario che le tiene unite: la prima testimone è Judy Hill, una donna cinquantenne che ci parla del suo difficile passato tra droga ed abusi, del bar che gestisce con orgoglio e della lotta per renderlo uno spazio di resistenza per la comunità afroamericana. Il secondo focus è sui diversi componenti delle rinate Black Panthers, organizzazione che assicura innanzitutto una rete sociale per supportare i “fratelli” più disagiati e rivendicare diritti acquisiti e/o negati; infine ci si concentra su due fratellini del quartiere, Ronaldo (14 anni) e Titus (9), figli di una giovane donna lavoratrice, pedinandoli nella loro scoperta del mondo. A completare il mosaico ecco infine i riti e i miti del “Mardi Grass Indians” che fonde straordinariamente due minoranze oppresse e schivizzate nei secoli passati in una resistenza di simboli dal valore intimamente politico. Il film, infatti, si apre e si chiude con rappresentazione  del Mardi Grass confermando in pieno la tendenza di Minervini di concepire il dato reale (la vita dei testimoni) e le latenze finzionali (la rappresentazione delle stessa) come piani inscindibili per testimoniare una condizione reale. Quale?

Se lo Stato spende 3000 dollari per mandare a scuola un bambino e poi 5000 per mantenere un detenuto… beh, c’è un evidente paradosso, come fa notare un’attivista. Aumentare i fondi all’istruzione potrebbe far diminuire il numero dei detenuti? Ripartiamo dalle basi, dalla scuola, quindi dai più giovani: la sete di scoperta di Ronaldo e Titus –  nel segmento forse più convincente del film – è costantemente bilanciata da un innato bisogno di difendersi, illuminando con estrema semplicità una precisa condizione. Uno stato di attesa, “come un pugile sul ring prima dell’incontro”, permea tutto il film. Ecco: se c’è una cosa che What You Gonna Do When the World’s on Fire? riesce benissimo a far trasparire è questa condizione di endemica tensione che mette ogni persona in modalità difensiva nei confronti del mondo. Un sentimento che da secoli “è nel DNA degli afroamericani“, si dice: prima costretti a obbedire ai bianchi come schiavi e poi costretti (economicamente) a considerarsi ai margini della società. Ed è questo sentimento che ogni persona/personaggio del film intende combattere nelle strade, davanti ai commissariati, nelle scuole o tra i disadattati, rivendicando una piena soggettività.

La macchina da presa di Minervini c’è ma non si avverte. Con il particolare utilizzo delle focali (dai teleobiettivi che schiacciano i protagonisti ai grandandoli che li immergono negli spazi vuoiti) o dei primi piani opprimenti (nello spazio urbano sempre da conquistare) che ci fanno riconoscere un linguaggio cinematografico più che codificato. In questa sorta di bolla atemporale costruita dalle immagini è la parola a segnare il tempo, perché il “Black Power” è prima di tutto libertà di parola. Prima ancora di manifestare o scontrarsi con i poliziotti, di fare beneficienza o volantinaggio, insomma ben prima di “operare” sul campo, queste persone si (e ci) parlano. Del passato, della schivitù, del presente, del razzismo, della vita di ogni giorno e del possibile futuro. Il potere nero è innanzitutto rivendicare una propria voce.

Insomma Roberto Minervini è un regista che non lascia mai indifferrenti. Divide, scuote, affascina, provoca reazioni sincere nello spettatore, confermando in pieno di essere (da qualsiasi punto di vista lo si giudichi) uno sguardo decisivo per riflettere su ogni nuovo orizzonte del cosiddetto cinema del reale.