#Venezia76 – 45 Seconds of Laughter, di Tim Robbins

Nella prigione di Stato di Calipatria, un gruppo di detenuti viene scelto per partecipare al laboratorio teatrale della compagnia di Tim Robbins, la The Actors’ Gang. Il regista riprende gli incontri fino al saggio finale, dando alla luce 45 Seconds of Laughter.


Il titolo del documentario, fuori concorso a Venezia76, si riferisce a uno dei bellissimi esercizi che la compagnia teatrale propone ai detenuti. Fra un compito assegnato e l’altro è fondamentale spedere 45 secondi per ridere, e anche se le risate non sono sincere producono comunque endorfine, spiega un membro della Actors’ Gang. 

Tutto inizia con la focalizzazione del luogo “cortile”, a cui viene contrapposta la stanza del laboratorio, dove i detenuti sono invitati ad avere più consapevolezza del loro corpo  e delle loro emozioni, per poi passare allo studio della Commedia dell’Arte e delle maschere che la animano.
La riflessione sul cortile e sulle maschere della Commedia è l’aspetto più interessante del documentario di Robbins, che corre spesso il rischio di mantenersi sulla superficie, finendo per risultare didascalico.
Il cortile è il luogo dove i detenuti socializzano fra di loro; un luogo dove si ripropongono naturalmente, nello spazio limitato e folle del carcere, le ditorsioni della società: la questione della razza ad esempio e quelle dinamiche di violenza che sono le stesse che portano al penitenziario. Nella stanza del laboratorio invece, i detenuti imparano a socializzare in un altro modo, riconoscendo l’altro accanto a sé non in base alla provenienza ma come qualcuno che vive gli stessi problemi e le stesse emozioni.

Il lavoro compiuto attraverso l’uso di Arlecchino, Pantalone e le altre maschere della Commedia oltre ad azzerare la questione della razza coprendo i volti, alimenta un ragionamento ben preciso sull’utilizzo quotidiano della maschera nel cortile, dove dietro alle dinamiche del branco e della violenza il detenuto nasconde continuamente se stesso. I detenuti ragionano inoltre sulla gamma di caratteri (e quindi di emozioni)  ben delineati dalla Commedia, imparando così a indagare  individualmente e insieme agli altri, le emozioni che si provano e su cui occorre lavorare, come la rabbia e la tristezza.

Viene da chiedersi durante la visione di 45 Second of Laughter se i momenti estremamente didascalici, in cui ad esempio i detenuti descrivono all’obiettivo i benefici acquisiti, non siano voluti dal regista stesso, non siano cioè essi stessi lo scopo preciso del film. Il documentario che Tim Robbins mette a punto sembra quasi un reportage divulgativo che si assume il compito di sensibilizzare e dimostrare i benefici che un lavoro di questo genere apporterebbe in ogni carcere d’America (e non solo). La mira di Robbins è quindi quella di mostrare l’enorme potere lenitivo e curativo del teatro e attraverso la “rappresentazione” (quella teatrale dei detenuti e cinematografica del documentario)  cambiare l’immagine  del carcere, vissuto da dentro e visto da fuori.  E cominciando da questo iniziare l’importante missione di incentivare l’idea di riabilitazione a dispetto di quella di punizione.

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