#Venezia76 – All this victory, di Ahmad Ghossein

La cronaca si sovrappone al cinema e se All this victory è ambientato durante la guerra in Libano del 2006 con il protagonismo di Israele da una parte e di Hezbollah dall’altra, le cronache di queste ore ci riportano in quel clima con combattimenti, razzi sulla popolazione e ogni altra brutalità alla quale dovremmo esserci assuefatti e che invece rimangono l’inaccettabile conseguenza di un dialogo tra le parti che evidentemente non conviene a nessuno venga avviato.
Per queste ragioni il film del regista libanese tocca il nervo scoperto di una condizione che non ha tempo e sembra non avere pause.
Come dicevamo il film Ghossein è ambientato durante la guerra del 2006 in Libano quando gli israeliani attaccarono il Paese mediorientale per distruggere le basi di Hezbollah da cui partivano i bombardamenti sulle città israeliane. In questo clima Marwan, il personaggio principale del film, nell’infuriare della guerra vuole portare suo padre, che vive in un piccolo paese, a Beirut. Ma quando arriva a destinazione scopre che il padre è scappato o forse è morto. Marwan durante un’operazione dell’esercito israeliano resterà intrappolato in quella casa con i due anziani che la abitano e una coppia di coniugi che in quel luogo ha cercato riparo.
La lista di film sulla guerra e in particolare di quelle che hanno segnato la tormentata storia dei Paesi del medioriente, è molto lunga e tutti hanno contribuito ad arricchire un panorama di storie e sensazioni, vicissitudini e volti, drammi ed emozioni che non facilmente possono essere separate da una continuità della cronaca che accompagna il proseguire di questa immensa e infinita tragedia. All this victory si aggiunge a questa lista e la sua particolare fisionomia dovuta in gran parte all’originalità della sua messa in scena, aggiunge ulteriori particolari al racconto per immagini che il cinema, in questi anni ha messo in opera.
Ghossein ha a cuore la sorte dei civili che in ogni conflitto sono quelli che pagano il prezzo più alto ed è per questo che rinchiude i suoi cinque personaggi in pochi metri quadrati, quanto quelli di una casa alla buona, mentre una nutrita pattuglia di soldati israeliani occupa il piano superiore dell’abitazione diventando così obiettivo preciso del nemico. I cinque civili sono stretti in questa condizione di forzata cattività, senza via d’uscita e provando a non farsi sentire dai soldati che, al piano superiore, organizzano la loro difesa. È il deflagrare delle bombe dei mortai, il rumore assordante e inquietante degli elicotteri, il crepitare vicino delle armi automatiche a destabilizzare i cinque personaggi che ascoltano e non vedono. Il film di Ghossein mettendo al centro lo sguardo limitato dei suoi protagonisti stretti tra le mure dell’abitazione, gioca le proprie carte in quel fuori campo assoluto in cui la guerra che si fa per davvero, diviene invisibile e assordante conflitto, nella instabilità di una condizione in cui mai i cinque personaggi vedono i soldati israeliani o ne hanno un contatto diretto. La loro percezione è limitata, dettata da intuizioni, una specie di mosca cieca accompagnata dai deflagranti boati delle bombe che avvolgono la casa. Vi è, nel film, un lavoro sul sonoro estremamente curato e sono perfino le poltroncine della sala a tremare quando l’esplosione è prossima alla casa scenario del racconto. La guerra è davvero alle porte per i cinque personaggi e la morte non è più un’ipotesi, ma diviene una possibilità concreta e qualcuno soccombe con il dolore negli occhi come la mucca che stazionava di fronte alla casa o come liberazione dalla sofferenza nell’anziano colpito a morte mentre cercava sollievo alla sua inguaribile asma. C’è qualcosa di ineluttabile in questo scenario e Ghossein sembra azzerare la speranza, la toglie semplicemente di mezzo e i suoi umanissimi personaggi sviluppano il connaturato istinto di conservazione, in una estrema sopravvivenza che resta l’unico obiettivo davvero possibile. Un tragico pessimismo attraversa il film, venandolo di una carica di tragedia che non si attenua mai e il quasi iconico sguardo dell’occhio del soldato israeliano morto che da una feritoia filtra al piano di sotto per essere raccolto dai cinque personaggi, si fa segno e sottile brivido ammonente, si fa dolore inespresso e freddo, immobile guardare una condizione senza soluzione. E sempre a proposito di sguardo, è quello dei protagonisti messo al centro della scena e la loro condizione claustrofobica li fa anche interpreti di una specie di esclusiva umanità con una rimozione del nemico che diventa solo ombra, rumore, silhouette, parola e canto ascoltato, ma non è mai vero oggetto dello sguardo, rendendo il nemico universale e non figura contingente ai fatti. In questa metafora di assenza e di presenza quasi fantasmatica dell’altro, si racchiude anche quell’esclusività delle proprie ragioni che la guerra impone.
La sequenza finale, girata in Siria, tra le macerie di una strada, vede Marwan schiacciato da un plongèe impietoso che lo stabilizza definitivamente su quella terra, senza alcuna possibilità di fuga.
Un film che riporta la mente e il pensiero ad altri che hanno scandagliato il tema dell’assedio e la costrizione (Insyriated ad esempio). Una assonanza che ci riporta al tema dei sacrifici dei civili, centrale per il regista libanese. Un cinema anche questo del reale in cui non si cerca la spettacolarizzazione e neppure il desiderio di dare forma alla vera paura della guerra, ci sembra che ci avverta, piuttosto, con una sorta di grido di disperazione, di una condizione e porti con sé uno sguardo amorevole per chi ancora resiste sotto le bombe.

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