#Venezia76 – American Skin, di Nate Parker

Pelle americana. L’afroamericano Nate Parker ha una predilezione per i titoli programmatici. Se il suo primo film The Birth of a Nation giocava apertamente con il classico di Griffith ribaltandone la prospettiva e il discorso politico, questo secondo American Skin, pur raccontando una storia di razzismo, elimina il suffisso afro- e riporta la questione a un discorso altrettanto drastico: la pelle nera è una pelle americana. Punto e basta.

Quindi l’assunto è forse quello di ripartire dal linguaggio, negare le origini o le identificazioni cromatiche e rifondare un’idea di nazione. Ma quale nazione? Quella in cui una volante della polizia blocca l’auto del nero Lincoln Jefferson (un nome che dice tutto) e uccide suo figlio quattordicenne disarmato? Quella dove il Grand Jury assolve il poliziotto bianco che ha sparato al ragazzo facendo scatenare le rivolte nei ghetti? La nazione di Ferguson, Baltimora e altri fatti di cronaca di giovani americani di colore uccisi dalle forze dell’ordine, dai quali American Skin prende evidentemente spunto?

Ancora un film sul razzismo per il trentanovenne Nate Parker. Un film contro la polizia. Una riflessione sui media anche, dal momento che il film viene raccontato attraverso la telecamera di uno studente di cinema che vuol fare un documentario sull’accaduto. Ma soprattutto anche stavolta, come nel film precedente che trattava la storia di Nat Turner e della sua sanguinosa ribellione contro gli schiavisti bianchi del 1831,  si racconta una storia di ribellione, antipacifista, ideologicamente controversa. Di fronte alla mancata giustizia, l’ex marine Lincoln (interpretato dallo stesso Parker), insieme a un gruppo di “fratelli” indignati, decide infatti di prendere in ostaggio il capo del distretto di polizia e irrompe nell’edificio sequestrando agenti e civili. L’obiettivo è allestire un nuovo processo contro il poliziotto che ha sparato al figlio e filmare tutto quanto.

Nulla di nuovo probabilmente, eppure il trentanovenne attore e regista confeziona la sua “arringa” con un vigore, un ritmo e un’urgenza che il retorico Birth of a Nation non possedeva. È un film duro, scomodo, che fa sua la lezione civile di Sidney Lumet condensandola con la rabbia del primo Spike Lee, che non a caso è promotore dell’operazione. Non sarà un autore raffinato Parker e la soluzione del mockumentary è pensata più a livello drammaturgico che come riflessione teorica sull’immagine, ma stavolta porta a casa un’opera umile e potente. American Skin è uno di quei film che dice poche cose… ma le dice bene.

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