#Venezia76 – Babyteeth, di Shannon Murphy

Quando Milla incontra Moses al binario 4… il nostro film inizia. Due destini che sembrano anni luce lontani improvvisamente si scontrano, si attraggono, trovano attimi di pace e “perdono il treno” andando via insieme. Lei è una sedicenne gravemente malata e lui un ventenne spacciatore con evidenti problemi relazionali. Non c’è tempo da perdere. Milla si fa tagliare i capelli in stile rat, ospita a casa Moses e terremota i suoi equilibri familiari: “questo è il peggior modo di fare i genitori che possa immaginare”, dice Anna al marito Henry guardando la figlia abbracciare il ragazzo di strada. I due coniugi, allora, stanno sostanzialmente guardano dalla finestra il “nostro” film: l’improvvisa crescita amorosa di Milla con il suo ragazzo problematico è destinata fatalmente ad arrestarsi? Babyteeth vuole semplicemente fotografare la fragilità di due adolescenti e l’inadeguadezza di due adulti nel gestire le responsabilità adottando le ormai classiche traiettorie narrative dell’indie americano che abbiamo ampiamente imparato a riconoscere negli ultimi vent’anni. Solo che questa volta non siamo in qualche sperduto paese del MidWest statunitense, bensì nell’agiato quartiere borghese di una città australiana dove lo pischiatra Henry Finlay (Ben Mendelsohn) e la ex musicista Anna Finlay (Essie Davis) cercano di affronare il terribile dolore della malattia della figlia (Eliza Scanlen) tra incomprensioni e improvvise epifanie emotive.

Ecco allora: adattando l’omonima piece teatrale di Rita Kalnejais la giovane esordiente Shannon Murphy cerca istantanemente referenze a un cinema che (evidentemente) conosce molto bene. Il suo film sembra un catalogo puntiglioso e un po’ ingenuo di molte ritornanze (che sfiorano il cliché) riproposte comunque con sincera adesione all’argomento trattato. Milla vuole vivere e vuole fare esperienza: come un personaggio di Hal Ashby sfida il mondo e il poco tempo che le rimane seguendo Moses e immergendosi nella città, riprendendo a suonare e a sorridere. Il film si dipana quindi tra “capitoli” sentimentali alla Wes Anderson, un rapporto di coppia tragicomico alla Noah Baumbach e una protagonista che guarda il mondo come nel cinema di Sofia Coppola. Insomma, i riferimenti sono alti e la maturità registica di Shannon Murphy non può (ancora) reggerli… ma poco importa. Perché se è vero che Babyteeth raramente sfonda le barriere emotive dello spettatore adottando soluzioni formali ampiamente derivative, è vero anche che il film sa ben universalizzare il percorso interiore di catarsi senza mai essere ricattatorio e trovando qui e là notevoli momenti di cinema. Come nel capitolo finale, su quella spiaggia fuori dal tempo, dove una soggettiva impossibile sopravvive al dolore…

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