#Venezia76 – Blanco en Blanco, di Theo Court

Inizio del ventesimo secolo. Pedro arriva nella Terra del Fuoco, un luogo violento e inclemente, per fotografare il matrimonio di un potente proprietario terriero di nome Porter. La sua futura moglie, ancora una bambina, diventa l’ossessione di Pedro. Nel tentativo di catturare la sua bellezza, egli rivela le forze del potere che dominano queste terre. La sua rivelazione viene scoperta e Pedro è punito. Impossibilitato a fuggire, viene invece costretto a diventare complice della realizzazione di una nuova società che sorge dal genocidio del popolo Selknam, nativi sudamericani che abitarono la Terra del fuoco fra il sud dell’Argentina e il Cile per oltre 7.000 anni. Nonostante i Selknam non fossero venuti a contatto con gli occidentali durante le guerre di conquista combattute fra il ‘500 e il ‘700 circa, morirono rapidamente, sterminati da una vera e propria caccia all’indigeno da parte di colonizzatori di diverse nazionalità, fra cui Spagnoli, Croati, Francesi, Italiani e Inglesi. Il morbillo, il vaiolo e altre malattie importate dagli Europei fecero il resto, la cui ultima epidemia, del 1922, portò praticamente all’estinzione.

Le parole del regista: “Quando ho visto per la prima volta le foto del massacro del popolo Selknam, perpetrato da Julius Popper nella Terra del Fuoco, mi sono posto innumerevoli domande: chi ha scattato queste foto? Chi ha preso parte a questi eventi come invisibile voyeur? Quella terra è stata la seconda cosa che ha catturato la mia attenzione: una zona costellata di pianure immense, un luogo segnato dalla barbarie e dalla sopravvivenza in condizioni estreme. Proprietari terrieri assenti che finanziavano l’insediamento forzato delle colonie, la brutalità intrinseca di una società ‘moderna’ organizzata e legittimata. Sullo sfondo di questo universo, ho cercato di trovare un modo per rappresentare questa zona grigia scomoda, contraddittoria e inquietante”. A nove anni dal debutto con Ocaso, il regista spagnolo si ritrova a lavorare con Alfredo Castro, l’attore feticcio di Pablo Larraìn. Questa collaborazione probabilmente è la nota più convincente dell’opera, particolarmente ambiziosa ma non totalmente riuscita. Alfredo Castro si ritrova spesso a dover recitare con gli occhi e la sua presenza regala un peso naturalezza di indubbio valore.

In una terra impervia e inospitale, lo sguardo del regista, rigoroso e “pittorico”, scruta la realtà drammatica di un mondo spietato e senza scrupoli. Prova ad insinuarsi in una terra di nessuno, proprio nella stessa terra dominata da criminali faccendieri. Quella terra di nessuno si racconta attraverso la spasmodica ricerca di uno scatto fotografico e l’insistente inseguimento dell’inquadratura giusta, tipicamente figurativa, quasi a voler catturare un tratto maniacale, un spiraglio di luce, un taglio prospettico, da rimandare soprattutto al lavoro di “pennello”. Più riuscite e convincenti sono le parti girate in esterno, spesso in “oscure” condizioni, certamente capaci di esprimere la forza delle avversità naturali e umane.

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