#Venezia76 – Bombay Rose, di Gitanjali Rao

La regista e attrice indiana Gitanjali Rao apre la Settimana della Critica della 76° edizione della Mostra del Cinema con il suo primo lungometraggio; un film di di animazione ambientato nelle caotiche strade di Bombay, dove la bella Kamala vive col nonno e con la sorellina Tara, pur essendo sposata con un uomo che è stato scelto per lei. Ogni mattina si reca dalla fioraia, compra dei petali e li arrangia in piccole trecce da vendere ai passanti, così da guadagnare soldi e mandare Tara a scuola. Un giorno il giovane Salim, scappato dal Kashmir, la vede e se ne innamora.

Bombay Rose comincia con un impedimento. La scena si apre in un cinema: proiettano un film di Bollywood, l’attore protagonista si batte fino all’ultimo con dei bruti e salva la sua bella donandole una rosa. Proprio sul finale però il bacio fra i due viene censurato e nell’indignazione generale il pubblico se ne va sbuffando. Da subito, in quel cinema disegnato, la regista ci mette di fronte ad una modalità di narrazione che non ci appartiene ma che, superficialmente, conosciamo: il cinema popolare indiano, variopinto e musicale, dove l’amore fino all’ultimo sangue è protagonista. Gitanjali Rao guarda al cinema del suo Paese e in Bombay Rose ne ripropone in un certo senso la struttura, raccontando la storia di un amore impossibile perseguitato da persone malvagie e senza scrupoli.  Così attraverso la scelta di questo schema narrativo, a cui dedica la prima scena del suo film, annuncia la sua critica feroce agli impedimenti, partendo dalla censura di quel bacio che è espressione di certe “prigioni” religiose e culturali, radicate nei secoli.

Con la sua animazione la regista è abile a trasportarci nel trambusto e nella confusione delle strade Bombay, grazie alla ricchezza dei piani e dei disegni, che ci stimolano da più punti di osservazione. Al contempo restituisce la contraddizione di quell’ordine nel caos, attraverso la ripetizione  sistematica di certi  tratti e segni in cui ritornano i gesti di Salim e Kamala.

Ma lo stile sa cambiare, le linee non stanno mai ferme, ed è nei momenti in cui i due innamorati sognano di essere vicini, liberi dagli impedimenti sociali e religiosi, che il profondo amore per la  tradizione viene a galla: nei disegni in cui Gitanjali Rao riprende improvvisamente l’iconografia religiosa e trasforma i suoi protagonisti in animali e in piante, ritornando agli echi delle dei sacri libri indiani.


Abbandonandoci alle musiche e seguendo le storie tragiche ma anche di ordinaria quotidianità, ci ritroviamo catapultati in un mondo ricco da osservare. Non ci sono solo Kamala, Salim e Tara, ma anche la signora D’Souza che fatica a lasciar andar via il passato e il signor Anthony che la corteggia…Perché Bombay Rose è un film a più strati, sia sul piano stilistico che su quello di contenuto, e la sua vera bellezza sta nel fatto di di saper sfruttare le potenzialità del genere, prima fra tutti quella di comunicare la complessità in modo semplice, sussurrando direttamente a luoghi reconditi e interiori prima che ai piani alti, intellettuali e celebrali. Così Gitanjali Rao è bravissima nel rispettare la forma del racconto per bambini mettendo a punto un film duro ma anche dolcissimo, proprio a dichiarare l’estrema urgenza di tramandare alle nuove generazioni un messaggio di libertà.

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *