#Venezia76 – Chiara Ferragni – Unposted, di Elisa Amoruso

E’ vero, come spiega una delle voci letterate intervistate da Amoruso sul “fenomeno Ferragni”, che l’influencer e imprenditrice digitale ha reinventato lo storytelling facendo a meno, per la propria narrazione infinita, del “conflitto” come motore di ogni storia (o story…). Un paletto considerato irremovibile dai costruttori di meccanismi narrativi dall’alba dei tempi, superato dalla pratica quotidiana di una condivisione social e universale, priva di qualunque attrito.

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E però Unposted è un film, e una storia deve raccontarla, un conflitto deve assolutamente imbastirlo per rendere funzionale la propria formula sullo schermo: Elisa Amoruso esplicita da subito questa sua ricerca di una scintilla conflittuale con la grande intuizione della sequenza d’apertura, in cui vediamo Ferragni farsi “bucare” da un piercer – una verifica attraverso la quale, istantaneamente, Unposted ci conferma e rassicura che sì, il corpo di Chiara esiste, vive, occupa una massa al di là della bidimensionalità del proprio brand (“pagine di advertising viventi”, come vengono definite le influencer da Simone Marchetti di Vanity Fair, un’altra delle voci critiche inserite tra gli interventi del documentario, che ad un certo punto parla addirittura di quest’epoca come di un “Medio Evo delle nuove tecnologie”), al di là insomma della conformazione binaria ed evanescente della propria immagine veicolata attraverso i pixel del web. La massiccia presenza di frammenti dagli home movies di mamma Ferragni, abituata a riprendere incessantemente le figlie sin dai primi passi, è lì quasi per rivelare all’opposto come invece Chiara sia nata in realtà già in video, come pura icona.

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Ecco, al di là dell’insistenza, probabilmente obbligata, sulla deleteria filosofia motivazionale del do-it-yourself e della felicità e successo da raggiungere a tutti i costi, Unposted rivela le sue carte migliori proprio quando lavora sul cortocircuito – anch’esso indicato dagli intervistati – tra medium e messaggio, vuoto e forma, accessibilità e elitarismo, ovviamente pubblico e privato.
Sembrano infatti non potersi toccare mai, Chiara e il suo neomarito Fedez, quasi condannati ad una lastra invisibile che li fa avvicinare l’un l’altro ma solo fino a sfiorarsi, sia durante il servizio fotografico del giorno del matrimonio, che nella sezione di backstage che racconta le prove generali per il grande show organizzato in occasione della cerimonia, in cui il rapper si esercita ad alzare una veletta invisibile dal volto dell’amata Chiara.

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Sono questi gli istanti, come anche una camminata per i quartieri residenziali di L.A. col piccolo Leone in passeggino e un’abissale visita all’amica Paris Hilton, in cui il lavoro di Elisa Amoruso lambisce in maniera più precisa il “mistero Ferragni”, scandagliato proprio a partire da quel buco da piercing operato nell’incipit. In questi glitch risiedono forse le crepe d’entrata in questo linguaggio che utilizza un alfabeto non ancora del tutto codificato (“Chiara Ferragni possiede l’esperanto dei nostri tempi”, si dice ad un certo punto), che supera e raddoppia quello stesso armamentario dream pop con cui Amoruso fascia le sezioni più clippate e canoniche del suo ritratto.