#Venezia76 – Colectiv, di Alexander Nanau

Il 30 ottobre 2015 il gruppo hardcore Goodbye to Gravity si sta esibendo nel club Colectiv, punto di riferimento della vita notturna di Bucarest. All’improvviso, alla fine di una canzone, lo show prevede una piccola esibizione pirotecnica. Le scintille dei fuochi d’artificio toccano i rivestimenti di poliestere del locale scatenando un incendio che, in pochi istanti, avvolge tutto. Il Colectiv, privo di uscite di emergenze e di un piano di evacuazione, diventa presto un inferno. Nell’incendio muoiono 27 persone e oltre un centinaio di feriti cominciano a venire portati nell’ospedale rumeno specializzato in ustioni. Alla fine le vittime saranno 62, i feriti 143. Da sola, questa vicenda, il più grave incidente nella storia recente della Romania, reggerebbe il peso di un film. Qualsiasi autore avrebbe usato le scioccanti immagini dell’incidente (realizzate dal cellulare di uno degli spettatori del concerto) e le testimonianze devastanti dei superstiti e dei familiari delle vittime per creare un’opera commovente, estenuante o, perchè no?, furbamente ricattatoria. Alexander Nanau, invece, prende un’altra strada e mettendo la tragedia come prologo fuori scena, ci conduce dell’assurdità del post, tra corruzione e orrori di Stato.

Il documentarista, infatti, come il popolo rumeno che dopo l’incendio del Colectiv scende in piazza a manifestare fino alle dimissioni del governo socialdemocratico, parte dall’incidente per colpire implacabile le assurdità e gli abomini di un Sistema marcio fino alle radici. Il suo Colectiv, dunque, segue a stretto contatto l’impegno di pochi isolati protagonisti, nostre guide in questo viaggio in uno Stato alla deriva. Da un lato il gruppo di giornalisti della Gazzetta dello Sport (!) capitanati da un reporter-star, dall’altro il giovane ministro idealista convinto, con coeranza, di poter cambiare qualcosa, sono i due poli positivi su cui si basa la narrazione di Nanau. In uno sviluppo che guarda al miglior cinema d’inchiesta/politico statunitense (la collaborazione con Hbo diventa essenziale), Colectiv si conferma un racconto avvincente e scioccante per un pubblico generalista, ovviamente all’oscuro della situazione sociale della Romania.

Il documentario, però, cosìcosì impegnato a denunciare lo stato delle cose, si perde in ingenuità che, in più di un’occasione, deraglia la linea morale del progetto. Al di là di qualche sbavatura narrativa, come la spontaneità artificiosa dei protagonisti che ripetono più volte quello che sta accadendo solo per essere sicuri che la trama sia comprensibile anche allo spettatore più distratto, il film come ogni opera con un bersagio politico preciso è apertamente partigiana. Gli eroi della nostra storia (i giornalisti e il giovane politico) sono convinti e onesti mentre i loro avversari, politici e non, assumono spesso caratteri grotteschi e arroganti. L’atto d’accusa nei confronti del partito Social Democratico e sul sistema clientelare che ha costruito è esposto in maniera così netta da non consentire obiezioni o dubbi.

Gli orrori, gli abusi e la corruzione su cui è costruito l’intero sistema sanitario rumeno (medici corrotti, pazienti abbandonati, racket di disinfettati scadenti, centinaia di vittime per negligenza o per avidità) è così mastodontico e ostentato da diventare solo un manifesto di parte. La denuncia, sacrosanta, diventa oppressiva. In questo meccanismo claustrofobico, destinato a un prevedibile finale non lieto, le boccate d’aria diventano i piccoli sguardi nella vita di chi, dopo quella maledetta notte, è rimasto. Le cicatrici e i segni della giovane sopravvissuta e il dolore discreto delle famiglie delle vittime sono fratture emotive che, pur aprendo uno sguardo in una sofferenza senza fine, ci consegna davvero una calda umanità.

 

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