#Venezia76 – Il pianeta in mare, di Andrea Segre

Dopo gli sguardi gettati al tema delle immigrazioni, Andrea Segre torna dalle parti di casa sua e dalla Venezia del Lido, il suo film Fuori Concorso, Il pianeta sul mare, guarda a Marghera con una sottile, ma evidente malinconia.
Porto Marghera è uno dei luoghi in cui forte è stato il sentimento di riscatto dell’Italia che usciva dalla seconda guerra mondiale. Il suo polo industriale fatto di petrolchimico e cantieristica navale, se pur incredibilmente posto davanti ad una città preziosa come Venezia e dunque su un ambiente assai fragile e strutturalmente inadatto ad accogliere impianti di quelle dimensioni, ha rappresentato l’emancipazione sociale per moltissimi uomini e donne, ma è stato anche la causa di una altissima percentuale di mortalità per gli abitanti del luogo ed è, nel passato, divenuto un emblema delle prime lotte che hanno posto al centro dell’attenzione il tema della sicurezza e dell’ambiente connessi allo sviluppo industriale. Ma Porto Marghera è stato anche il cuore delle lotte operaie degli anni ‘70 che hanno segnato quei progressi sociali che oggi sono di nuovo in crisi. Segre, indirettamente, riflette anche su questo argomento che in qualche misura e in modo sotterraneo, resta il filo conduttore del percorso del film.
Porto Marghera è stato tutto questo e quindi, nel bene e nel male, è diventato nel tempo anche un luogo un po’ mitico in cui si sono consumate terribili tragedie collettive e sono stati anche questi eventi ed una incapacità o forse impossibilità di conciliare opposte ipotesi di sviluppo che hanno dato il via ad un progressivo smantellamento di speranze e possibilità, illusioni e prospettive. Andrea Segre raccoglie questa difficile eredità del passato e il suo film prova a raccontare l’esito di questa ascesa e della successiva dispersione di attese. La sua cinepresa racconta l’oggi e gli operai che lavorano dentro quel labirinto di ciminiere e fumi, condotti e strutture metalliche, arabi e rumeni, italiani ed africani. Uno sguardo che si fa vuoto di riferimenti in un mondo che oggi sembra farsi troppo grande per così pochi addetti.
Non cambiano le cose nella Marghera delle persone, dei suoi cittadini, quelli che la sera si ritrovano nell’unico bar trattoria del paese a mangiare o per una serata di liscio o di karaoke. Paurosamente privi di giovani, quei luoghi e i loro abitanti restano testimoni di un tempo passato, generosamente legati alla loro memoria, ma costretti perfino, ad una definitiva chiusura degli orizzonti.
Il film di Segre, scritto in collaborazione con Gianfranco Bettin, simbolo dell’ambientalismo di quelle zone, prova a restituire, senza sottolineature della voce off, l’inevitabile declino del sito, l’impossibilità, che il cinema si fa carico, ancora una volta di affrontare, di un riscatto sociale attraverso il sogno industriale. Da qui quella malinconia che abbraccia le immagini per una parte girate sotto una pioggia incessante che diventa elemento scenografico volto a sottolineare, ma con il linguaggio proprio del cinema, anche l’impossibilità di qualsiasi credibile soluzione.
Il cinema di Segre ci fa scoprire quello che della vita esiste in un posto come Marghera che resta oggi uno dei più dimenticati d’Italia. Il pianeta in mare come lo sbarco di un’astronave su un corpo celeste, svela la vita, ne conquista una visione quotidiana e ne rende testimonianza in questo tempo. Il film costruisce il suo sguardo anche su questa nuova comunità di immigrati con sogni e desideri del tutto simili a quelli dei loro predecessori, pur nella sempre difficile convivenza di culture.
Il discorso cinematografico di Segre non subisce interruzioni e se in precedenza la sua attenzione si è rivolta agli immigrati, oggi con la stessa intensità si rivolge ad un luogo che meritava una attenta riflessione, meritava soprattutto uno sguardo per i molti tradimenti che negli anni, quella collettività ha dovuto subire. Il film, per certi versi, si fa davvero esplorazione di un reale sconosciuto, diventa occhio indiscreto che cerca l’inesplorato e pur non trasformando il luogo in mito, resta indelebile la potenza del ventre di una nave mentre si assembla con un’altra sua parte o quella di una struttura o di un condotto metallico che sembra vivere di vita propria.
Questo è l’oggi, ma è inevitabile il confronto con quello che l’ieri ha rappresentato. Segre lascia ancora una volta alle sue immagini questa comparazione. I pochi inserti d’archivio che ridisegnano una Venezia turistica e sostenibile o la grande sala oggi vuota dove ancora campeggiano i simboli di una classe operaia ormai scomparsa, diventano i simulacri di quell’epoca. Resta il mito di quegli anni e l’operaio che si siede al tavolo da conferenza e ricorda i pugni dei sindacalisti che battevano consumandone il legno con la sua veemenza, si fa mito popolare e solo sfumato ricordo, nonostante sia la storia di questo Paese.

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