#Venezia76 – Il Pianeta in mare. Incontro con Andrea Segre e Gianfranco Bettin

Marghera, gigante cuore meccanico della Laguna, con i suoi duemila ettari di estensione, le ciminiere e i container, osserva rumorosa Venezia, ogni giorno. A separarle c’è solo un ponte, eppure sembrano due mondi distinti, quasi due pianeti lontani, uno accessibile e conosciuto, brulicante di turisti, l’altro dimenticato ma nonostante tutto, vivo. In questi luoghi, «tra gli spazi vuoti del Petrolchimico e le grandi navi in costruzione di Fincantieri», si è avventurato Andrea Segre, tornato alle consuete vesti di documentarista a due anni da Ibi e da L’ordine delle cose.

Presente e passato si uniscono ne Il pianeta in mare – presentato Fuori Concorso – per cercare risposta (possibile?) ad un grande interrogativo sul futuro: «esisterà porto Marghera tra vent’anni?», e soprattutto «che cosa ne faremo domani di questo pianeta?».

Le facce degli operai in lotta negli anni Settanta, ritratte dai cinegiornali dell’Istituto Luce, si avvicendano allora con i visi dei lavoratori di un oggi globalizzato in cui questa striscia di terra dimenticata rimane paradossalmente uno dei fari dell’industria italiana e europea.

Un tale tempio dell’industria lasciato alla deriva «è l’emblema di tante altre realtà. È il paradigma di una rimozione nazionale», racconta Segre in conferenza stampa. «Occorre dunque un percorso che sia in grado di riconoscere le ferite del passato e ricostruire qualcosa. È necessaria una volontà nazionale ragionata per affrontare un progetto troppo grande per esser sostenuto solo localmente», aggiunge Gianfranco Bettin, politico e sociologo co-sceneggiatore del documentario.

La forza metaforica di Marghera sta poi soprattutto nella sua essenza intrinseca di luogo in cui natura e industria lottano e coabitano in un equilibrio precario.

Tra progetti e start-up, la sfida è allora «cercare una via per una rinascita che segua la strada della sostenibilità», che non può prescindere dal ricordo. Conviene Enrico Bufalini dell’Istituto Luce, che ha prodotto il film assieme a Rai Cinema e ZaLab Film: «ciò che ci ha spinti a sostenere il progetto è stato senza dubbio la necessità di tutelare della memoria. Il film inoltre rimette al centro del dibattito sociale e culturale il tema del lavoro, cosa necessaria nel mondo in cui viviamo».

«L’afflato epico del lavoro odierno», come vuole Bettin, «trova in questo enorme cantiere un simbolo da raccontare: illuminare ciò che accade a Marghera – la possibile conversione di un polo ferito a fondo dal vecchio modo di produrre e inquinare, l’intreccio di forza lavoro e ricerca tecno-scientifica globali per entrare finalmente nel nuovo secolo dell’industria e del lavoro – significa far parlare direttamente le persone, mostrando le opere, i luoghi, le macchine, i frutti di un’impresa corale fra le più grandi del nostro tempo di cui il film restituisce il senso e racconta la vita».

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