#Venezia76 – Incontro con il cast e i produttori di J’Accuse di Roman Polanski

“Non risponderò alle domande sulle polemiche passate, questo non è un tribunale morale”. Apre così l’incontro con la stampa di J’ACCUSE (L’UFFICIALE E LA SPIA) Luca Barbareschi, produttore del film di Roman Polanski favorito per il Concorso, cercando di frenare sulle sue stesse battagliere parole dei giorni precedenti. E non accoglie nemmeno la domanda che provocatoriamente gli viene comunque rivolta dalla sala stampa, attento a mostrare più l’entusiasmo contagioso, attraverso un interventismo pacato e selfie, dell’uomo di cinema grato per fortuna di aver potuto lavorare col genio polacco. Anche perché dopo gli applausi convinti della prima proiezione mattutina si ha l’impressione che il pubblico non sia stato molto toccato dalle dichiarazione del presidente di giuria Lucrecia Mortel.

Dopo questo prevedibile contrattempo l’incontro con gli addetti ai lavori è servito a fare il punto su “un progetto coltivato per anni” come ricordato da Alain Goldman, produttore insieme alla sua Legend Films, ma che è partito definitivamente nel 2018 quando Polanski confermò di avere la sceneggiatura pronta. La coriacea volontà di riportare al cinema “L’affaire Dreyfus” è stata fatta perché era una storia “d’ingiusta oppressione che Polanski sentiva nelle sue corde anche a causa del proprio vissuto”. Sulla necessità di questa operazione mnemonica basti ricordare le candide dichiarazioni del cast francese presente all’incontro, da Jean Dujardin a Louis Garrel fino a Emmanuelle Seigner, che rivelano come essi stessi prima delle riprese avevano solo una reminiscenza scolastica della vicenda. In particolar modo tutti ignoravano l’apporto giudiziale fornito dal capo del controspionaggio Picquart, protagonista del film che nel corso della storia scoprirà l’inganno processuale portato avanti fin nelle alte sfere dell’Esercito. E questo nonostante l’iniziale idiosincrasia antisemita verso l’ebreo Dreyfus. Proprio su questo punto Goldman dice che “il caso Dreyfus si può considerare come il nefasto presagio dell’Olocausto” di cui l’Europa si sarebbe macchiata indelebilmente nella Seconda Guerra Mondiale. Anche l’attualità porta purtroppo le cicatrici di quella ferita ma per abbattere la recrudescenza dell’odio razziale che la Francia ha ripreso a manifestare negli ultimi anni “il cinema resta un mezzo per sconfiggere l’ignoranza”.

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Ad un discorso che andava allargandosi verso derive pessimistiche giova allora il giocoso intervento di Louis Garrel che sfoggiando un italiano impeccabile risponde che a lui il film lascerà ricordi più lievi, come l’assenza dei capelli idolatrati dalle numerose fan presenti in sala che ha dovuto sopportare a causa dell’interpretazione del calvo co-protagonista. E quando qualcuno in sala chiede invece quali valori gli siano rimasti impressi dalla lavorazione di un’opera così importante, l’attore continua imperterrito sulla strada dello sberleffo: “Come valore? L’amore per i capelli!”. Dopotutto siamo pur sempre al Festival di Venezia e i riferimenti politici scivolano sull’acqua come un vaporetto.