#Venezia76 – J’accuse, di Roman Polanski

Voulez-vous la lumière? Una domanda che rimbomba spesso nelle sontuose stanze del potere dove si discute il celeberrimo affaire Dreyfus, proprio nel fatidico 1895 che sta scoprendo la “luce” del cinema in quella stessa Parigi. Una domanda che Roman Polanski torna a porsi nel 2019 risucchiandoci pian piano in ambienti sempre più oscuri, tra uffici e tribunali, alberghi e celle di isolamento, sondando così l’oblio (potenziale) della Storia con la luce persistente del cinema. Ma facciamo un doveroso passo indietro: l’accusa di alto tradimento verso il capitano dell’esercito di origine ebraica Alfred Dreyfus (basata su discutibilissime prove di delazione verso la Germania) diventa ben presto il catalizzatore di complessi nodi storico/politici (dalla guerra franco-prussiana ai prodromi della Prima Guerra Mondiale) e socio/culturali (dai rigurgiti antisemiti alla corruzione delle istituzioni repubblicane) che attanagliano l’Europa a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Il ruolo dell’intellettuale, pertanto, non può che assumere connotati profondamente diversi: la lettera aperta scritta da Émile Zola al presidente della Repubblica francese sulle pagine de L’aurore segnerà non a caso il perimetro etico e umano entro cui interpretare ogni futura ricostruzione o rammemorazione dell’affaire.

Ed eccoci al film. A più di un secolo di distanza da quei fatti arriva anche il J’accuse di Roman Polanski – tratto dal libro di Robert Harris – che non poteva che essere concepito come “puro cinema”: a partire dal matte painting digitale che riedifica gli spazi in campo lungo (come nel Rohmer de La nobildonna e il duca), per poi zoomare in dettaglio su fatti, oggetti e dati (come nel Rossellini didattico di Blaise Pascal o Cartesio). Ed è nelle pieghe di questo impeto filologico che Polanski riesce miracolosamente a condensare tutto il suo cinema passato – dalle fobie ossessive di Repulsion alle persecuzioni allegoriche di Rosemary’s Baby, dal contagio del male de Il coltello nell’acqua ai perturbanti fantasmi psichici de L’inquilino del terzo piano, per aggrapparsi infine al flebile raggio di sole che attraversa le macerie de Il Pianista – pensando un film di abissale e anacronistica frontalità. “Qual è la differenza tra copia e falso?”, ci si chiede apertamente.

E allora: l’intera vicenda – dal 1894 al 1906, dall’arresto sino alla parziale riabilitazione – è narrata dal punto di vista del colonnello Georges Picquart (un efficace Jean Dujardin), ossia il capo dell’ufficio informazioni dello Stato Maggiore. Un uomo del sistema che inizia a indagare personalmente sull’affaire dapprima scoperchiando oscene zone franche poste tra giustizia e ragion di Stato, per poi reiterare simili dinamiche di potere (in un doppio finale veramente vertiginoso). Il dramma umano di Dreyfus (monolitica l’interpretazione di Louis Garrel) diventa quindi una dimensione posta quasi del tutto in fuori campo aleggiando come fantasma della Storia che reclama una “forma visibile” nella contingenza di ogni singolo evento messo in scena. L’antisemitismo, la rabbia sociale e gli echi lugubri del Novecento europeo iniziano a materializzarsi partendo da questo scioccante fervore accusatorio (i libri di Zola bruciati in piazza) o ancora dall’uso strumentale e pregiudizievole dell’opinione pubblica (nell’era dei nascenti media di massa che catalizzano ogni attenzione).

Un film (anche) autobiografico, quindi? Certo, ma non più di altri. Perché Polanski non ha mai smesso di trasfigurare e universalizzare i propri spettri interiori, cercando testardamente luce nelle (sue) stanze buie e credendo sino in fondo ai frammenti di soggettività lacerata dei suoi ambigui personaggi. Il rigore bressoniano della messa in scena viene quindi contaminato dall’irruzione della memoria privata del colonnello in un personale atto di rimontaggio delle fonti che sfrutta i “classici” raccordi di sguardo o le soggettive per aprire improvvisi flashback rivelatori. Insomma, una delle vicende cardine per la formazione della civiltà occidentale del XX secolo viene qui ri-declinata instaurando una lucidissima dialettica tra gli stili storicizzati del cinema “riconosciuto” come il figlio più fulgido della modernità. Roman Polanski asciuga le proprie inquadrature da ogni compiacimento o (auto)indulgenza regalandoci un’immensa lezione di etica delle immagini che possa favorire ogni futura riflessione critica sui troppi Dreyfus della Storia. Un film meravigliosamente contemporaneo e di un nitore assoluto: voulez-vous la lumière?

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