#Venezia76 – La mafia non è più quella di una volta, di Franco Maresco

Ad un certo punto Ciccio Mira si addormenta, l’impresario musicale della Palermo neomelodica. Comincia a russare, si sveglia di soprassalto nel quadro centrale di uno split screen che condensa il rumore sordo della nostra storia, il vuoto indesiderato della coscienza civile. Ovvia è la continuazione di Belluscone – Una storia siciliana del 2014, presentato sempre a Venezia. Lo stesso Franco Maresco lo ammette nelle sue dichiarazioni che stavolta però ha la sensazione di essersi spinto oltre rispetto al film precedente. In un territorio in cui la distinzione tra bene e male, tra mafia e antimafia, si è azzerata e tutto, ormai è precipitato in uno spettacolo senza fine e senza ritorno. Ciccio Mira nel 2017, a 25 anni dagli attentati dinamitardi nei quali persero la vita Falcone e Borsellino, ottiene il finanziamento per realizzare una festa di piazza nel quartiere Zen di Palermo, senza però riuscire a condannare pubblicamente la mafia, pur con tanto di striscione sul palco delle esibizioni ad inneggiare i due magistrati assassinati nel 1992. Ciccio Mira è l’ottusa e spietata anima della città, che fa da contraltare alla presenza della concittadina Letizia Battaglia, uno delle più grandi fotografe del mondo, dichiarata dal New York Times una delle undici donne che hanno segnato il nostro tempo.

Nei pochi anni che separano i due film, Ciccio Mira, già presente in Belluscone, sembra cambiato. Forse cerca un riscatto, come uomo e come manager, al punto da organizzare un singolare evento nel quartiere più complicato della città: i neomelodici per Falcone e Borsellino. Eppure le sue parole tradiscono ancora una certa nostalgia per “la mafia di una volta”. Intanto, assistendo alle celebrazioni dei martiri dell’antimafia, il cinico disincanto di Maresco si confronta con la passione di Battaglia. A proposito, ma Maresco è un cinico tv o un nichilista doc? Domanda leopardiana, i cinici stanno a destra e i nichilisti a sinistra. Troppo facile. Dal suo tono enunciatore fuori campo, non ci sarebbero dubbi. Franco Maresco credo sia entrambe le cose, ma quando l’anima del nichilista doc prende piede è davvero ineguagliabile, nega l’esistenza di valori eterni, come l’esigenza di un ordine costituito. Riconosce i suoi spazi, li marca con assoluta devozione, ha l’istinto animale che non tradisce mai la ricerca del territorio da setacciare. I suoi personaggi sono liberi anche di stratificarsi, a volte sono facce in prestito, altre volte sono corpi in mostra. Poi c’è il cinico che non tutti apprezzano, che magari potrebbe essere considerato ripetitivo, sempre uguale, non più geniale, che magari sfrutta la vuotezza celebrale o i disturbi psichici dei suoi protagonisti, fino all’indecenza etico-morale. Ma il cinico vuole bastare a se stesso, vive da randagio ai margini della società, pure disprezzata. In verità Maresco, è tutt’altro che un randagio ai margini, non disprezza la sua terra, (si) spinge sempre ma non affonda, perché se affondasse smarrirebbe la sua tragicomica volontà. Allora basta. Sempre la solita storia. Non è sempre la solita storia, semmai è sempre la sua solita fortuna. Franco Maresco è semplicemente il documentarista più fortunato del pianeta.

Nelle sue inquadrature succede di tutto, anche che durante un programma musicale su una televisione locale, si verifica una rissa tra due improbabili ed insostenibili neomelodici, il giovanissimo Cristian Miscel che, entrando in campo inaspettatamente (poi, sui naturalissimi inside/out di Maresco, ci sarebbe da scrivere a fiumi…), prova ad aggredire il collega perché deriso e offeso da quest’ultimo. O quando, Ciccio Mira viene avvicinato ai piedi del palco, durante lo spettacolo allo Zen, da un losco figuro e nonostante la notevole distanza della telecamera di Maresco in quel momento, riesce lo stesso a registrare l’audio minaccioso. Se non è fortuna questa può essere solo considerata forza del destino. Le cose accadono, anche se la mafia non è più quella di una volta, Borsellino e Falcone li ha chiamati Dio e quindi Dio sarebbe d’accordo con la mafia. Le cose accadono, anche quando la famiglia di Ciccio Mira, quando lui era ancora un adolescente, dopo aver assistito ad un omicidio, scappano in macchina per Palermo e il padre perde il controllo dell’auto proprio contro il cancello di casa Mattarella. Il tutto raccontato da un formidabile estratto a cartoni in bianco e nero. A proposito, è vero, le cose accadono e accade che poco prima dell’estate, quando la mafia solitamente uccide, la trattativa Stato-Mafia è stata confermata dai fatti ma nessuno ne parla, neanche il nostro Presidente. In giro per la città, il popolo “selezionato” da Maresco è infastidito dal suo insistito richiamo alla giustizia, sembra aver rimosso lo spargimento di sangue, sembra non credere nei paladini della legge, sembra non credere neanche all’apparizione in sonno a Cristian Miscel di Falcone e Borsellino che come santi lo hanno salvato da un brutto incidente automobilistico e gli indicato la via del successo, quella appunto neomelodica, per la felicità, si fa per dire, dei suoi coinquilini. Cristian Miscel fa da controcanto al fedele compagno di viaggio di Maresco, Salvatore Bonafede, grande musicista, esempio magistrale di jazz italiano, anche stavolta, coadiuvato dalle solite scelte memorabili, da Monk a Miles Davis fusion (quindi meno battuto…).

Ma il controcanto è davvero debordante: Cristian Miscel, con chiari disturbi psichici, è il tormentone di questa edizione, dopo i banditori d’asta di bestiame statunitensi nel film di Wiseman, Monrovia Indiana, nell’edizione scorsa. Restano nella testa, i banditori danno i numeri, Cristian Miscel mastica le parole, preda di una afasica condizione, talmente metaforica, quanto contagiosa. Non si tratta di contrapposizione di mondi, attenzione! Franco Maresco (con Ciprì), dal suo memorabile doc, Come ingannammo il cinema italiano – La vera storia di Franco e Ciccio del 2004 (altro segno del destino, proprio Franco e Ciccio, come Franco il regista e Ciccio l’impresario, come Totò e Peppino…), ha riaperto gli occhi anche ai più scettici (scettici contro cinici, chi vince? A volte l’illusione…). Dicevo, la contrapposizione è roba pericolosa, devastante, elitaria, ma Maresco è tutt’altro che elitario, anche se diserta Venezia e la conferenza stampa del suo film. Franco Maresco, in fondo, ha il dono della predilezione per tutto quanto rischia di perdersi e morire piuttosto che per quello che si destina all’avvenire. Si lascia anche trasportare stavolta da Letizia Battaglia, che tiene testa e lui si riappropria del gusto della deriva, si fa attrarre ancora di più dal momento di passaggio, l’emozione struggente dell’attimo prima della fine del viaggio, definitivamente sublimato in un crollo di interminabile bellezza e incalcolabile speranza.

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