#Venezia76 – Marriage Story, di Noah Baumbach

La competitività è da sempre l’anima nascosta del cinema di Noah Baumbach: buona parte dei suoi film si basa su personaggi dalla forte ambizione che si trovano a vivere un rapporto che mischia vita privata e ambito professionale, e in cui amore e amicizia finiscono per fare a pugni con il desiderio di primeggiare in entrambi i campi (Frances Ha, Mistress America, Giovani si diventa…). Marriage Story è allora innanzitutto l’occasione per due interpreti che Baumbach ha battezzato “atleti magnifici”, impelagati in mega-franchise come Star Wars e il Marvel Universe, di dimostrare ancora una volta il loro valore anche in un cinema più minimale, improntato sulle performance attoriali e sugli script orchestrati apposta per gli assoli stellari dei nomi in cartellone.

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E infatti la nuova produzione Netflix scritta e diretta da Baumbach è puntellata di monologhi, duetti e sequenze madri in cui Scarlett Johansson e Adam Driver hanno modo di duellare – a distanza o nella stessa camera – in isterie, tic, pianti liberatori, esecuzioni improvvisate di canzoni (per i fan del Driver crooner alla Hungry hearts…) e diverse altre reazioni incontenibili.

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Se c’è un approccio veramente sincero al di là dello stile shabby chic di questo cinema, è ancora una volta probabilmente nello sfacciato autobiografismo che lo abita: Charlie è un regista di punta dell’avanguardia teatrale newyorkese, grazie anche alla prima attrice della sua compagnia, Nicole, sua moglie, teen star del cinema collegiale che lascia Los Angeles per seguire l’uomo che ama alla conquista di off-Broadway. Ma qualcosa si rompe nella relazione tra i due: tradimenti, egocentrismi, un bambino di otto anni da crescere insieme, e il desiderio di Nicole di tornare dalla famiglia, in California, a lavorare ad una serie tv che la vede protagonista e magari, chissà, magari anche regista di qualche episodio.

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Ed ecco allora fare capolino la voglia di rivalsa, già evidente in alcuni istanti quotidiani apparentemente sereni come la partite a Monopoli: la lunga fase di divorzio tra il regista e l’attrice, tornata ad L.A., assume da subito l’anima accesa e tirata di un match a volte anche scorretto, tra lo stile di vita di New York e quello californiano, tra due maniere di passare il tempo con il figlioletto Henry, tra riconoscimenti inaspettati alla propria arte sempre migliore di quella dell’altro, e soprattutto tra le due strategie legali degli avvocati a cui la coppia si è affidata, spietati squali del foro a cui Laura Dern e Ray Liotta donano caratterizzazioni irresistibili.

Come spesso accade, Baumbach esplicita chiaramente la sua playlist di riferimenti cinefili e di immaginario popolare, fin troppo rimarcata in uno schema che qui approfitta anche più del solito di situazioni ritornanti, sottolineature cicliche, segni e metafore particolarmente tirati fino al punto di rottura: tra le maglie dei riferimenti incrociati e smart (Scarlett Johansson vestita da Bowie periodo Let’s dance per Halloween…) c’è forse, anche stavolta, la capacità migliore di questo cineasta di sfruttare gli istanti che invece magicamente sembrano sfuggire al suo controllo, frammenti in cui queste figure così stilizzate prendono per certi bagliori una vita propria, assaporando una benedetta libertà in fughe apparenti dentro la formula, puntualmente calibratissima e a tratti asfissiante, del regista.