#Venezia76 – Mosul, di Matthew Michael Carnahan

Matthew Michael Carnahan esordisce dietro la mdp con un progetto sulla carta azzardatissimo, ma del tutto coerente con il suo percorso da sceneggiatore, iniziato con The Kingdom di Peter Berg, e proseguito poi con titoli come Leoni per agnelli, State of play, World War Z: proprio la Kingdom di Berg sembra qui effettivamente il prototipo del racconto in tempo reale di una giornata qualunque di guerriglia tra le macerie metropolitane, col pericolo che si nasconde dietro ogni angolo e solo i propri riflessi saldi e i compagni di plotone su cui fare affidamento, che poi Hollywood avrebbe sviluppato in opere cruciali come Lone Survivor (sempre Berg) e l’insuperato 13 hours di Michael Bay.

Ecco, l’idea di Carnahan è quella di trasporre l’isteria live senza posa del war movie contemporaneo, sempre più ibridato in questi anni da fonti spurie come il repertorio a bassa frequenza dal fronte e le esperienze videoludiche dei first person shooter (difficile non fare parallelismi tra il film e una missione di un Battlefield), in una produzione che parli la lingua stessa della città di Mosul, nei volti e nelle voci del cast tutto “locale”, portato però a comportarsi secondo gli stilemi di quelle squadracce sporche, scorrette e violente del cinema americano.
Lo spaesamento dura pochi attimi, perché poi Carnahan immerge lo spettatore in un assedio senza tregua tra gli isolati della città, che la squadra speciale di Nineveh deve attraversare contro le spietate truppe dell’Isis, pronte a tutto per mantenere la posizione.

Lo spunto di partenza della storia è l’articolo del New Yorker The Desperate Battle to Destroy ISIS, ma lo sguardo del regista non è quello del reportage (più dalle parti di Body of lies che di Hurt Locker, insomma), quanto di un Black Hawk Down ancora più secco e urbano, un essential killing di incredibile tensione ed economia esplosiva della messinscena – gli scontri con i blindati si susseguono alle fughe, ai duelli contro i cecchini e alle incursioni furtive nei palazzi abbandonati da neutralizzare senza farsi sentire dal nemico.
L’apporto decisivo è probabilmente quello dei fratelli Joe e Anthony Russo, a cui Carnahan ha chiesto di produrre l’opera: gli autori della saga degli Avengers sembrano infondere al film la solidità con cui hanno orchestrato gli scontri e le distruzioni metropolitane di Infinity War, e insieme l’equilibrio con gli istanti più intimi e raccolti, dedicati agli affetti e alle solitudini di questi vendicatori (la sequenza in cui per un attimo i nostri si fermano a seguire una soap opera nel piccolo televisore di una camera d’albergo…).
Il protagonista, il giovane poliziotto Kawa che da un momento all’altro si trova “promosso” sul campo negli SWAT di Mosul, pronti a qualunque sacrificio pur di sfondare le linee del lato nemico della città, sembra quasi uno dei loro imberbi supereroi dalle “grandi responsabilità” – entrato in squadra, guadagnerà infatti anche una maschera da battaglia sul volto, e sostituirà alle iniziali titubanze in azione una risolutezza da leader, pronto a trascinare i propri commilitoni al livello successivo dell’arena.

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