#Venezia76 – Nevia, di Nunzia De Stefano

Nevia. La dolcezza musicale del nome della protagonista si mantiene intatta per l’intera durata del film. Nevia viene infatti chiamata così da tutti come per uno strano incantesimo. Nessuno, dai rivenditori di merce rubata alle prostitute africane con cui si trova a rapportare nella sua difficile vita all’interno di un camper, riesce a renderne pietrosa la pronuncia nonostante un dialetto, quello napoletano, capace di grande musicalità ma anche di stridenti cacofonie. È una ragazza di 17 anni, Nevia, che la nonna vorrebbe far sposare a Salvatore perché grazie al suo lucroso e illegale commercio egli “può garantirle un futuro”. Proprio in questo camouflage linguistico sta il terribile fatalismo che divora le giornate sempre uguali della protagonista e della sua sorellina più piccola che pericolosamente sembra già cedere in qualche punto alla tossica influenza ambientale (la rissa con le altre bambine, la voglia di abbandonare la scuola, il divertimento nella contabilità illecita). La macchina da presa di Nunzia De Stefano, alla sua prima regia dopo una sceneggiatura maturata con sofferenza per anni a causa degli elementi autobiografici inseriti, circoscrive da subito il piccolissimo perimetro entro il quale si muovono le due sorelle. La roulotte, innanzitutto, ulteriormente privata della sua dimensione quotidiana dalla scelta della nonna di affittare una stanza ad una prostituta che comincia perfino ad esercitare in casa.

 

Il quartiere poi, composto da prefabbricati uguali per dimensioni e degrado, è un reticolo di strade bagnate dove girare con un carrello sgarrupato alla ricerca di vestiti gettati pronti ad essere rivenduti al mercato. Nevia, prodotto da Matteo Garrone, sembra partecipare per gran parte della stessa cupezza narrativa di Dogman. Ma Nunzia De Stefano punteggia il suo film di piccoli grandi deviazioni dal film dell’ex-marito non accontentandosi di filmare la rabbia della sua protagonista. In Nevia il sonno della bontà non è altrettanto esiziale. Perfino in un posto dimenticato da Dio e dallo Stato (i poliziotti intervengono solo per una retata restando significativamente fuori scena) possono arrivare le iguane e gli ippopotami. Le scene al circo sanno forse fin troppo scopertamente di riscatto sociale eppure non si può non restare abbagliati dall’inquadratura dell’ovale clownescamente pittato della magnetica attrice Virgina Apicella che certifica, innanzitutto alla stessa ragazza, come il matrimonio non sia l’unica emancipazione possibile.

Da qui, pur mantenendo il contesto realista, la dimensione fiabesca prima carsica si palesa attraverso alcuni richiami strutturali: il momento di crisi (l’aggressione a Salvatore per fermarne la violenza), l’aiutante dal cuore d’oro (la zia eccentrica), la fuga. Quindi adesso, se siamo all’interno di una favola, è lecito attendersi il lieto fine. Nevia nell’ultima scena arresta il bus, ha visto il tendone del circo in cui ha lavorato per pochi felici giorni, s’incammina verso l’entrata, sorride e la macchina da presa insieme a lei. Lasciando la sua e la nostra illusione intatte, libere di superare ottimisticamente lo schermo nero e i titoli di testa che appaiono.

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