#Venezia76 – Psykosia, di Marie Grahtø

Viktoria è una singolare ricercatrice nel campo del suicidio, estremamente autodisciplinata, che viene invitata in un reparto psichiatrico per curare Jenny, una paziente con tendenze autolesioniste. Nel corso di intime conversazioni notturne si crea tra loro un forte legame. Per la prima volta nella sua vita, Viktoria si apre e entra in stretto contatto con un’altra persona. Ma più le due donne si avvicinano, più diventa chiaro che non tutto è come sembra. Non è tutto come sembra, perché quelle camicette dal colletto bianco a coprire completamente il collo della protagonista, l’arrivo nella struttura ospedaliera di Viktoria in cui ad attenderla sulle scale c’è soltanto la responsabile e diversi altri segnali disseminati ad arte lungo l’intreccio narrativo, lasciano presagire un’ambigua, quanto destabilizzante, verità. Dennis Lehane e Martin Scorsese di Shutter Island ne sanno qualcosa…

Esordio al lungometraggio per la trentacinquenne regista danese Marie Grahtø, dopo essersi cimentata con successo nel cortometraggio sperimentale. Ecco, l’opera, presentata nella sezione Settimana Internazionale della Critica, parte da subito muovendosi in territori della sperimentazione visiva per poi adagiarsi per quasi tutto il film con forza e determinazione su un piano più convincente del racconto relazionale e conflittuale. La malattia mentale si scopre nell’illusione della cura, la psichiatria è senza dubbio la scienza con le fondamenta deterministiche più deboli, sempre alla rincorsa e alla scoperta dei suoi markers biologici. Labile e deformante, il quadro si delinea tra lo spirito e la coscienza. “Siamo le nostre narrazioni”, così la regista apre la voragine tra ciò che mostra e ciò che dimostra. Quando la psichiatria è il paziente.

Tutto si basa quasi esclusivamente sulla clinica, l’osservazione sul campo. La clinica richiede tempo e riflessione, observatio et ratio. Un tempo che lo psichiatra contemporaneo sembra non avere più. Viktoria registra le sue conversazioni con la paziente perché la scomparsa della dimensione clinica, porta alla scomparsa del pensiero critico che fonda e che consegue alla clinica. Nel cuore della psichiatria, l’autrice apre delle falle che tendono a lacerarla, e le placche che si staccano si versano nella clinica. Forse la clinica non interessa più agli psichiatri contemporanei, ma, evidentemente, interessa ancora ad un pubblico, il quale sente che la clinica degli stati psicopatologici è una via regia alla conoscenza dell’uomo. Lavoro complicato, a volte manierato, ma senza dubbio coraggioso, nei corridoi della paura sospesi tra la follia del disfunzionale e la compostezza eterea della messinscena, di bergmaniana memoria.

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