#Venezia76 – Scales, di Shahad Ameen

Squama come il corpo della giovane protagonista e come il titolo internazionale del film (letteralmente, appunto, “squame”), l’immagine di Shahad Ameen, un bianco e nero in cui i segni perlacei della luce sembrano voler graffiare la superficie oscurissima del mare, per scoprire davvero cosa ci sia là sotto. Da subito, infatti, la visione di Ameen è divisa in due, tra quello che accade sulla superficie dell’acqua, e la realtà sottomarina, con tutte gli sfasamenti percettivi di uno sguardo che scruta in su, ma immerso in un fondale.


Eppure, non sapremo mai con precisione quale creatura o divinità abiti realmente tra i flutti del mare che cinge questo paesino di pescatori, ne vedremo al massimo un braccio avido apparire dal fondo per afferrare le bambine (le primogenite di ogni famiglia) che gli abitanti del villaggio sacrificano all’oceano da tempo immemore. Il destino delle nate di sesso femminile è dunque quello di essere affidate al mondo subacqueo, che le trasforma in sirene, prede predilette dalle navi dei pescatori e dai loro segugi bambini, abili a scandagliare il fondo del mare. Di quelle stesse sirene, infatti, ammazzate e fatte a pezzi, si nutrirà l’intera comunità, in un ciclo di sacrificio e ricompensa che si fa forte allegoria di una società che cannibalizza il futuro delle proprie figlie.

L’impianto della metafora è appunto ben saldo nella messinscena della regista nata e cresciuta a Jeddah in Arabia Saudita, classe 1988: allontanate dalla società, alle donne non è permesso altro destino che non sia quello di venire letteralmente braccate e poi mangiate dalla generazione degli adulti – eppure Scales non è la favola a toni horror che ci si potrebbe aspettare, quanto la scansione, liquida ed pulsante come l’inconscio di una ragazza di 12 anni alle soglie del passaggio d’età, di una quotidianità che sembra aver silenziosamente accettato le regole deviate su cui ha costruito il proprio vivere comune.
Shahad Ameen costruisce così una serie di ritratti che si stagliano nell’essenzialità bicromatica dell’impianto senza bisogno di troppe parole e troppe informazioni: il padre della protagonista o lo straordinario capitano della barca che salpa ogni giorno per “pescare” le sirene sono figure che raccontano all’obiettivo la propria disperazione e rassegnazione.
La cineasta decide di non indulgere nella rappresentazione della trasformazione fisica a cui sta andando incontro il corpo della giovane Hayat, sirena per metà perché salvata una prima volta dalle acque, né di svelare mai definitivamente il regno di queste creature: il film si lascia cullare così dal ritmo delle onde del mare di notte, che riflette i raggi lunari e custodisce i propri segreti come luogo di origine e mutazione perenne.

Al di là dell’anima da racconto morale e politico, Scales vuole chiaramente donare forma ai territori salmastri della preadolescenza: in questo, mutua la rappresentazione di queste infanzie agli sgoccioli, ancora non del tutto irreggimentate dagli abiti della civiltà, dal cinema che meglio ha saputo raccontare l’energia primordiale dell’agire bambino, ovvero quello iraniano dei Kiarostami e dei Naderi pre-esilio.

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