#Venezia76 – Se c’è un aldilà sono fottuto – Vita e cinema di Claudio Caligari, di Simone Isola e Fausto Trombetta

Forse è tutta una questione di angeli. Angeli perduti. Angeli ribelli. Angeli sterminatori. C’è un afflato invisibilmente religioso, quasi provocatoriamente, nel design concettuale di questo documentario, che Simone Isola e Fausto Trombetta hanno dedicato a Claudio Caligari.  Ma quel religioso che appartiene più al Cinema che alla Chiesa, come le croci che illuminavano più volte il volto di Paul Muni in Scarface, sorta di palese premonizione della fine inevitabilmente tragica del protagonista.

Tre film, tre “padri putativi”, in forme e pratiche assai diverse (Marco Ferreri, Marco Risi, Valerio Mastandrea), e tre protagonisti “proletari e disperati”, anche se i volti/corpi degli attori negli anni sono cambiati, via via sempre più professionisti e meno ragazzi di strada.

Tre personaggi delle periferie romane (genere curiosamente rinato in questi anni, ne abbiamo parlato sul n.2 di Sentieriselvaggi21st), anticipando di decenni – troppo presto per il mondo del cinema italiano così “ritardato” – immagini e storie che solo oggi sono diventate fin troppo mainstream.  Caligari vedeva oltre, chiuso in un isolamento produttivo che non lo isolava dal mondo, semmai lo rendeva ancora più capace di coglierne quelle sfumature, quelle debolezze, storture, che poi riusciva miracolosamente a risarcire nelle poche storie che riusciva a realizzare.

 

Ma sono gli angeli che ci riguardano qui, o forse sono, semplicemente, dei Cristi, dei “poveri Cristi”, crocifissi sul selciato della dura vita della strada. Isola e Trombetta colgono questo magnifico attimo fuggente, in una sovrapposizione in dissolvenza tra la morte di Cesare Ferretti in Amore Tossico e quella di Valerio Mastandrea ne L’odore della notte. Ma avrebbero potuto sovrapporre anche quella immagine, che pure arriva nel finale del documentario, di Luca Marinelli sdraiato esattamente nella stessa posizione, in una scena che prefigura la sua inevitabile fine di Non essere cattivo.

Tre Cristi, tre angeli, tre disperati, corpi senza ali abbattuti da vite violente e di strada, certo Pasolini, ma Caligari aveva come una disperazione silenziosa, una marcia in più verso l’abisso, che gli ha reso possibile passare “tranquillamente” dal romanzo sociale di strada al noir cupo fino alla commistione dei generi del suo ultimo film.  Quindi sì Pasolini, ma quanto Howard Hawks, Raoul Walsh e cinema classico americano in quelle inquadrature sghembe, in quelle atmosfere sempre più nere e senza speranza.

La vita e il cinema di Claudio Caligari sembrano veramente un film. Perfetto nella sua struttura in tre atti, uno ogni 15 anni circa, come se fosse stato scritto da uno sceneggiatore navigato, con un protagonista che sale, cade e risorge ogni volta, fino alla fine. E ogni volta, ricomincia da dove si era fermato, come se le tante avversità (politiche? Culturali?) che il cinema italiano gli garantiva, fossero solo delle tappe, dei passaggi forzati, per mantenere una sorta di profonda e innata integrità, morale e intellettuale, alla quale era impossibile rinunciare.

Isola e Trombetta cercano in tutti i modi di trattare la materia, difficile emotiva empatica da lacrime amare, con un certo distacco, come per apparire più “oggettivi”. Ma questo sforzo è visibilmente vano, perché tutto il film sembra essere attraversato da un pianto, un urlo di dolore nascosto, un cuore nero che sembra esplodere a  ogni fotogramma. E allora ci provano, a far raccontare la vita dagli altri, a usare l’archivio, gli split-screen tra il passato e il presente, ma poi la forza dell’esperienza vissuta in prima persona sul set di Non essere cattivo, prevale. E il film si storce, diventa altro, quasi un lungo infinito backstage, perde armonia, distanza, si trasforma in un caloroso abbraccio a qualcuno che non c’è più.  Forse cinematograficamente si sbaglia, ma umanamente si accetta la sfida dell’emozione supplementare. E allora ecco che ogni attimo rubato dal set sembra essenziale, non si può togliere nulla, nessuna parola, nessun sorriso strappato, nessun abbraccio rubato.

Si, va detto: questo Se c’è un aldilà sono fottuto, vive magicamente della sua umana e passionale imperfezione. Qualcuno più distaccato avrebbe tagliato qua e là, e forse avrebbe fatto un film più compatto e funzionale. Ma quando c’è di mezzo il cuore, chi se ne frega della funzionalità? Questo film è un piccolo, devoto e umile atto d’amore, per Claudio Caligari.  Non ci dà risposte, non sappiamo cosa faceva in quei lunghi anni senza fare film, non sappiamo dei suoi sentimenti, del suo privato. Con un pudore quasi esasperato di “svelare il segreto” di Claudio Caligari, invece il film ci restituisce la sua vita tutta in quei magnifici tre atti, tre film, tra attimi di vita. Come se la sua vita fosse un film. Anzi tre.

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *