#Venezia76 – The Perfect Candidate, di Haifaa Al Mansour

“Si, ma… io voglio parlare della clinica e non del fatto che sono donna!”. La perfetta candidata risponde così a chi le manifesta solidarietà per la difficilissima battaglia elettorale che ha deciso di intraprendere. Perché per la giovane Sara asfaltare la strada sterrata fuori dall’ospedale dove lavora ha la priorità su tutto, anche sulle rivendicazioni di genere che dovranno diventare una conseguenza indiretta di ogni battaglia quotidiana. Ecco allora: il cinema di Haifaa Al Mansour – da Women Without Shadows a La bicicletta verde, passando per la trasferta americana di Mary Shelley – continua a sondare i limiti della libertà di espressione femminile muovendosi tra varie epoche e vari contesti sociali. Qui siamo in Arabia Saudita, oggi. La giovane protagonista ha sfidato la rigida tradizione patriarcale diventando la prima dottoressa della sua città e lottando quotidianamente per ogni piccolo scarto di libertà (di movimento o di espressione). La convizione di un necessario ripensamento del ruolo della donna, però, trova nella contingente “necessità” della strada asfaltata il simbolo del suo impegno politico: Sara lotta dapprima per candidarsi, poi per far ascoltare la propria voce e infine per creare “consenso” in un mondo che la guarda con endemica diffidenza. La commistione di tradizioni culturali e religiose che preordina il destino delle donne viene ben configurato da Haifaa Al Mansour – la “prima regista saudita”, come viene ormai etichettata nei festival di tutto il mondo – attraverso lo strategico uso dei nuovi media digitali che allargano su scala globale ogni riflessione.

Insomma per Sara le conquiste politiche partono innanzitutto dal poter parlare di politica. Dal poter esserci come candidata alzandosi in piedi e sfidando pregiudizi e leggi (non) scritte. Per poi tornare a cantare nei matrimoni tradizionali con suo padre o a incontrare i suoi pazienti diffidenti nell’ospedale, ma con uno sguardo diverso sul mondo. In questa forte presa di posizione c’è tutta la sincerità di un film forse eccessivamente schematico, certamente asservito al suo “messaggio civile” (quindi un po’ troppo timido nel proporre nuovi discorsi sulle forme del cinema nel XXI secolo), ma che sa comunque testimoniare una condizione, un sentimento, uno stato delle cose. Sara ha perso la sua battaglia elettorale ma ha imposto la propria voce: entra in auto e si perde nel traffico, in campo lungo, lasciando il tempo del cinema e immergendosi nello spazio della vita. Lo sguardo sul mondo di Haifaa Al Mansour si conferma importante.

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