#Venezia76 – Tony Driver, di Ascanio Petrini

America America. Pasquale Donatone è nato a Bari nel 1963. Ma all’età di nove anni si è trasferito a Chicago con la famiglia. Da quel momento, ha vissuto sempre negli Stati Uniti, diventando un americano a tutti gli effetti: bandiera a stelle e strisce, baseball, pollo fritto, stivali e cappellone. Lì ha trovato moglie, lì sono nati i suoi figli. Eppure non ha mai fatto richiesta di cittadinanza. La nazionalità puoi mai essere questione di documenti? Si direbbe di no, ma basta un episodio a ricordarci che la fortuna e la forma sono tutto. Pasquale, che si fa chiamare Tony Driver, viene sorpreso mentre trasporta immigrati clandestini con il suo taxi, a Yuma in Arizona. La polizia gli offre una scelta: o il carcere o la deportazione in Italia, per un tempo minimo di dieci anni. Sceglie la seconda opzione, ma non sospetta che, una volta usciti dai confini con un precedente, è praticamente impossibile tornare indietro. E passa così il suo esilio a Polignano, tra un camper sgangherato e una grotta tra le rocce a mare, arrangiandosi con piccoli lavoretti che gli commissiona il parroco. Ma il suo sogno rimane quello di tornare a casa.

Ascanio Petrini ha la fortuna di incontrare un grande personaggio, la cui storia assume i contorni polverosi della leggenda. Uno di quelli che, davvero, si aggirano per le strade di qualche paese, che sembrano, se li guardi da lontano, strani naufraghi sbarcati da chissà dove e condannati alla stanchezza della deriva. Eppure quante cose ci sarebbero da dire. Basta schiudere il vaso dei racconti. Per Petrini gran parte del film è già lì, in quell’enorme distesa che si apre tra le avventure del passato e le urgenze del desiderio. E Pasquale è, per forza di cose, l’unico protagonista possibile, “vero”, che con la sua presenza manda in cortocircuito qualsiasi tentativo di distinguere la finzione dalla realtà, il caso dal programma. Ci può essere, magari, un che di documentaristico nell’approccio, in questo desiderio di incontrare davvero una persona, di conoscere e scoprire. La ricostruzione non farebbe altro che aggiungere un surplus di spettacolo, un trucco alle cose. Ma in fondo a che servono le distinzioni? Le dimensioni corrono sempre appaiate, come in quell’inizio in cui Tony si racconta senza filtri alla macchina da presa, mentre l’auto attraversa “in contumacia” le strade degli Stati Uniti. E poi intervengono altre tracce, le smarginature dell’invenzione, come il volo in elicottero sulle rocce e la case di Polignano, o le improvvise sembianze di una specie d’inchiesta sui modi possibili per attraversare il muro, ai confini del Messico. Insomma, Tony Driver è un viaggio nel deserto (di Sonora) in cui le cose si confondono. La scrittura si dissolve nel vissuto, fa tutt’uno con i fatti, mentre i fatti assumono l’aspetto dei miraggi. Saltano i confini delle forme e delle pratiche. Ed è qui la forza politica immediata, istintiva, di questa storia e di queste immagini che sognano di schiudere i recinti.

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