#Venezia76 – Tutto il mio folle amore. Incontro con Gabriele Salvatores e il cast

Gabriele Salvatores, Valeria Golino, Giulio Pranno, Sara Mosetti e Umberto Contarello raccontano a #Venezia76 il ritorno del regista ai film on the road, tratto dal romanzo di Fulvio Ervas

La tematica del viaggio ha occupato una parte molto importante nella filmografia di Gabriele Salvatores e comprende titoli come Marrakech Express (1989), Turné (1990), Mediterraneo (1991), Puerto Escondido. In Tutto il mio folle amore il regista torna a girare un road movie ed alla domanda su cosa l’ha riportato a ripercorrere quella strada cita un proverbio cinese, Fa come l’acqua che va a cercare i luoghi bassi. Salvatores alla stampa della Mostra di Venezia: “Avevo il bisogno di ritrovare la vita vera. Io sono nato a Napoli, ma arrivato a Trieste ho pensato che come città si assomigliassero, è l’unica città in cui potrei andare a vivere, ma per adesso a Milano sto benissimo. Per il film avevamo bisogno di un confine che fosse reale e metaforico, e quello della città friulana era un perfetto punto di accesso ai Balcani. Anche i Balcani hanno molto in comune con i posti dove sono nato, la malinconia e la fatalità.

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Ad accompagnarlo all’incontro con i giornalisti ci sono i due sceneggiatori Umberto Contarello e Sara Mosetti e i protagonisti Claudio Santamaria, Valeria Golino e il giovane attore esordiente Giulio Pranno, selezionato nonostante comparisse in una lista dei bocciati all’esame del Centro Sperimentale. La prima a prendere la parola è Valeria Golino per rispondere su quanto avesse ritrovato in questo film delle suggestioni di Rain Man (1988) del regista statunitense Barry Levinson, che affrontava i problemi legati all’autismo già trent’anni fa: “Si, naturalmente ho pensato a Rain Man, perchè sono in parte simili, anche se questo non è un film sull’autismo, ma parla di tante altre cose. Come in Rain Man ci sono due fratelli che si conoscono, si rieducano, si migliorano a vicenda, attenzione, una cosa che non è scontata. Questo succede anche nel film di Gabriele tra Willi e Vincent. I film sono entrambi molto vitali, già a partire dalla parte narrativa. Ai tempi del film di Levinson non si parlava mai di autismo, adesso sono altri tempi e spero che tutti abbiano una consapevolezza diversa. La differenza tra i due lavori è che questo è più moderno e contemporaneo dell’altro.”

La sceneggiatura è ispirata ad un romanzo di Fulvio Ervas, Se ti abbraccio non aver paura, riadattato per il grande schermo da Salvatores insieme ai due sceneggiatori che si limitano ad un breve intervento per precisare qualche dettaglio sui personaggi interpretati da Diego Abatantuono, assente in sala conferenze, e dalla Golino. Per il primo Contarello ha preso in considerazione la possibilità di fare dell’attore un individuo che nella vita si occupasse di parole, con una diretta ispirazione presa da Il nuotatore da John Cheever, ma nel complesso della struttura confessa influenze carsiche. La Mosetti parla del ruolo di Elena/Valeria: “Sapevo che Valeria è una nuotatrice. L’idea era quella di un nuotatore che fa tante vasche per sgombrarsi la testa dallo sfinimento. Lei interpreta una madre con delle difficoltà molto grandi che abbandonandosi con grazia all’acqua si sbarazza della paura.” E Salvatores precisa : “Si può dire che Elena partorisce suo figlio per la seconda volta, non dimentichiamo che l’acqua è anche un liquido amniotico. Quanto ai riferimenti, il viaggio è mediato da uno scrittore come William Shakespeare che prende i suoi personaggi e li sposta in luoghi diversi, succede nella Tempesta, nel Sogno di una notte di mezza estate ed anche in altre opere. Come dice Rimbaud l’importante non è il viaggio ma la meta.”

Giulio Pranno invece per costruire il personaggio di Vincent ha conosciuto direttamente Andrea Antonello, il ragazzo in carne ed ossa diventato grazie ad Ervas materia letteraria: Ho conosciuto Andrea, è venuto sul set, mi ha aperto gli occhi sul mio personaggio, non dovevo essere macchiettistico, ma cercare di cogliere l’anima. Lui è una persona briosa, con molto coraggio, grazie alla sua conoscenza sono riuscito ad arrivare in profondità.” Dopo la bocciatura non voleva più saperne Giulio di fare l’attore, ma Salvatores gli attribuisce delle qualità indispensabili per intraprendere la carriera di attore, asserisce che la tecnica serve relativamente e comunque meno di un gran cuore, tanto coraggio e, quando possibile, della sincerità.

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Il ruolo del padre snaturato, scappato dalla paura già soltanto all’idea di aspettare un figlio, è toccato a Claudio Santamaria, che allegramente ricorda di essere anche lui prodotto di una bocciatura all’esame di ammissione al Centro sperimentale e di come lui e Giulio tirassero sassi in aria dalla gioia nei deserti pietrosi della Croazia, sulla strada che da Sveta Marija a Oticici: “Il film è ispirato al libro di Ervas, è vero, e con il romanzo ha in comune il viaggio del padre con il figlio affetto da autismo, ma lì c’è un fascino nell’autismo, che c’era anche in Rain Man, che qui si trasforma in un folle amore che non riesce ad esprimersi appieno. Dovevamo abbandonarci alla sorpresa, è stato interessante scoprire quello che vedevamo fuori di noi ma anche quello che abbiamo dentro, e poi sorprendersi reciprocamente con Giulio, senza pietismo ma tra pari a pari. Un viaggio che ha riflesso il percorso che i personaggi fanno dentro sé stessi, Vincent scoprirà tutto il suo folle amore e diventerà uomo, ed io ad essere padre e ricucire una ferita che si era aperta sedici anni prima, quando era fuggito. Willi sarà costretto a riaprire quella porta ed essere padre, si può imparare ad essere padre. Ci sono persone che sono più o meno predisposte alla maternità o alla paternità, ma si può anche imparare con il tempo ad esserlo.”

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