#Venezia76 – You Will Die at 20, di Amjad Abu Alala

Muzamil è uno di noi, uno dei tanti costretto nel ruolo che la società gli ha affibbiato. Rinchiuso in uno spazio in cui non è possibile annusare l’aria che c’è fuori. La storia descrive la sofferenza e il dolore di quelle comunità che affogano nell’ignoranza e nella superstizione. Per certi versi Muzamil trascorre la sua vita pagando il prezzo per tutti quelli intorno a lui che credono in cose inesistenti, arrivando perfino ad abbracciare l’idea della propria morte. Il mio film è un invito alla libertà. Nessuno dovrebbe mai dirti: Muzamil, questo è il tuo destino, così è scritto e non puoi far altro che accettarlo. Scappa, ragazzo”! [Amjad Abu Alala]


Alla nascita di Muzamil, la madre chiede la benedizione, ma mentre va a completarsi il rito, uno dei dervisci che accompagna con la danza, sviene improvvisamente. Presagio di morte, in nome di Allah, secondo le credenze del posto. Muzamil ha la sua vita segnata e niente potrà salvarlo, a 20 anni compiuti morirà annegato.

Muzamil trascorre la sua infanzia e l’adolescenza consapevole di non avere un futuro diverso, ha bisogno di ascoltare il battito del cuore dei suoi cari, sfugge però alla ragazza che gli fa la corte, evita la compagnia dei suoi coetanei, di contro diviene un allievo modello dell’Imam, riuscendo come primo ragazzo del villaggio a memorizzare l’intero Corano. Tutto sembra inesorabilmente procedere fino al fatidico giorno, quello del ventesimo compleanno, se non fosse che Muzamil trova sul suo cammino un uomo del villaggio, Suleiman, tornato a casa dopo aver a lungo viaggiato in Europa e Africa, facendo il fotografo e cameramen. Suleiman, uomo di mondo, proverà a far aprire gli occhi a Muzamil, facendolo innamorare del cinema, grazie alla sua vecchia cinepresa e vecchie pellicole di capolavori classici.
Amjad Abu Alala, regista sudanese, ha segnato il ritorno del cinema del suo Paese nei festival internazionali, realizzando numerosi cortometraggi, tra cui Orange and Coffee (2004), Feathers of the Birds (2007) e Teena (2009). Nel 2012 ha diretto Studio, prodotto all’interno di un workshop condotto da Abbas Kiarostami. Nel 2013, con Apple Pies, ha vinto il Best Arabic Theatre Script Award conferito dall’Autorità Araba. Attualmente è il responsabile del comitato di selezione del Festival del cinema sudanese indipendente. You Will Die at 20 è la sua opera prima, grazie alla quale ha vinto a Venezia il Leone del Futuro, Premio Luigi De Laurentis Miglior Opera Prima.

Non c’è dubbio che l’autore ritrovi la capacità di “rimodernare” e rimodellare il cinema classico africano, quello per intenderci di Ouédraogo o Sembène, su tutti. Non c’è dubbio anche che l’autore sia interessato al cinema occidentale, soprattutto nella scelta di alcune trovare visive e di sceneggiatura, come la capacità di dare una continuità naturale agli anni che passano fino all’epilogo, e nell’utilizzo del crescendo verso il climax. Ha il pregio di scorporarsi dalla didascalica semplificazione del racconto che ha contraddistinto buona parte della produzione africana ed ha anche la forza di saper muovere la macchina, polarizzando l’evoluzione della caratterizzazione dei personaggi principali.

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