#Venezia76 – Zumiriki, di Oskar Alegria

Forse bisogna essere degli anacoreti, si diceva l’altro giorno in una conversazione tutt’altro che tangenziale. L’eremitaggio è un po’ come la clausura, il suo specchio. Fuori e dentro l’architettura, sono estreme modalità di resistenza rispetto al conformismo delle forme, degli habitat, delle pratiche sociali. Oskar Alegria sarebbe d’accordo, vista la sua decisione di filmare e raccontare i suoi quattro mesi vissuti “da monaco”, in una piccola cabina montata nella solitudine di un bosco. Non in un posto qualsiasi, ignoto e sperduto, ma “a casa”…

Zumiriki in lingua basca significa “isola in mezzo al fiume”. E difatti il bosco si affaccia su una gola del fiume Arga, in Navarra, non molto distante da Pamplona, lì dove un tempo sorgeva un’isola, ormai sommersa dalle acque che si sono accumulate dopo la costruzione di una diga. Sono i luoghi in cui Alegria è nato e cresciuto, da quelle parti c’è la casa dei suoi genitori, quell’isola affondata è/era nella loro proprietà. In che tempo si declinano le cose che stanno sotto, invisibili, eppure ancora reali e presenti? Ma quelli sono anche i luoghi di un altro strano eremita, Francisco Albistur Albistur, un personaggio quasi mitologico, una specie di fantasma che ha vissuto per oltre quarant’anni nel più completo isolamento, pascolando le sue vacche, nascondendosi alla vista dei curiosi, accontentandosi della conversazione a distanza, da una sponda all’altra, con una sola persona, lo zio di Oskar. Alla morte di Francisco, tutte le vacche sono state mandate al macello. Ma una no, è riuscita a scappare e a far perdere le proprie tracce nel bosco. È possibile ritrovarla, filmarla?

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Scampare alle morte sottraendosi alla vista, evitare la dissoluzione con la sparizione…. Un paradosso. Ma è su questa base fragile che Alegria costruisce il suo straordinario film manufatto, impossibile da raccontare e classificare. Qualcosa che sta metà tra il rifugio e la zattera. Perché se un impulso è quello di eclissarsi, l’altro mostra la volontà di un attraversamento spericolato, di una messa in salvo di ciò che ancora non è andato perduto. I vecchi film in Super8 del padre, che sono il racconto proprio di quei boschi e di quelle terre. La testimonianza degli ultimi pastori che abitano nei villaggi abbandonati, sorpresi da una domanda nel cuore della notte. Il suono di una lingua che rischia di sparire. Riconquistare la terra, l’acqua e il cielo. Cioè sentirsene parte. Questo è il piano. E Oskar l’eremita davvero sembra un naufrago in cerca di un’altra terraferma possibile, un Robinson Crusoe che con mille piccole invenzioni ricrea le condizioni di una sopravvivenza. A partire dal poco che ha. Un coltello, una tazza, un piatto, un paio di galline, un po’ di cibo in scatola, un metro d’orto, qualche batteria e un pannello solare per ricaricare, una serie di libri, e poi carta, penna, bottiglie vuote. Perché si parla e si scrive molto nel film. Lo spagnolo si mescola al basco. A dispetto dell’apparente desiderio iniziale di isolamento, le cose si fondono e si uniscono, vivono insieme e stabiliscono legami imprevedibili. È un costante percorso di andate e ritorno. Come un filo che si piega e si tende. Tornare a sé, al segreto dei propri ricordi e pensieri, per poi aprirsi al mondo, immaginando una linea di comunicazione, un canale di trasmissione. Accogliere il suono delle cose, i versi degli uccelli, le conversazioni di chi sta dall’altra parte della riva a duecento metri di distanza. Scorgere nel buio, nella vista segreta di un visore notturno, i mille animali che attraversano il bosco. Per poi farsi scorgere, abituare gli altri alla propria presenza. Più Terra Madre di Olmi che Into the Wild. Un’esperienza di purezza più che un sogno romantico. Coltivare, far fiorire, rimettere la vita in circolo. Aspettare che le cose vengano al loro tempo, ma far sì che il tempo non sia un passaggio inesorabile e una condanna.

Zumiriki è un film di attese e di inazioni. Va verso la deriva e sembra quasi disintegrare ogni struttura. Eppure è attraversato da mille atti e idee, che sono svolte, punti di un tracciato topografico, stratificazioni riemerse dalla memoria e dalla terra. È un film piccolo, artigianale, che si distende nel racconto lento del suo processo di(auto)produzione. Ma ha anche la libertà selvaggia della poesia, gioca con il senso delle cose e del cinema, recupera film e pensieri di un altro tempo e crea, così, un tempo ulteriore. Magari un decennio, magari una vita intera. Sono come le pagine sparse di un infinito diario di viaggio e di naufragio. Per forza di cose, prima o poi una pagina si strappa o si perde. Mentre il messaggio in bottiglia si arena comunque. È un’ellissi, ma anche il vuoto che crea la possibilità dell’integrità del racconto. Alegria sogna di trattenere tutto, sfiora l’ebbrezza di un film infinito. Ma sa benissimo che, a un certo punto, occorre lasciarsi andare e lasciar andare. Cos’altro è il cinema?