#Venezia77 – A dimensione naturale: i corti di Luca Ferri, Alice Rohrwacher/JR, Edoardo Natoli

Chissà cosa mi diresti se mi vedessi così, dice la frase sulla parte destra dello schermo ad un certo punto di , di Luca Ferri, mentre la porzione sinistra è occupata dal filmato di repertorio di un orso che corre sulla neve, apparentemente libero. In realtà l’immagine dopo ci svela che l’animale sta invece scappando dai cacciatori, che lo inseguono a bordo di un velivolo che solca il terreno. Se mi vedessi così. Una delle storie che sono diventate mitologia interiore della mia infanzia (e dunque cresciuta nella mia memoria con particolari probabilmente sbagliati) riguarda il viaggio a Lourdes di mio nonno, offerto dal padrone della fabbrica in cui lavorava, la Manifattura Tabacchi di Arnesano, a tutti gli operai. Era la prima volta in cui Evaristo lasciava sua moglie da sola per così tanti giorni, e dunque per quel periodo di lontananza nonno fece arrivare a casa il primo televisore mai posseduto dalla mia famiglia, in sostituzione della sua presenza. Ogni volta che ascoltavo questa storia da bambino, mi piaceva immaginare che accendendo la tv mia nonna potesse collegarsi magicamente con la soggettiva di mio nonno in diretta sullo schermo, e vivere così l’intero viaggio a Lourdes a distanza, seguire la vacanza-premio di suo marito come fosse uno “sceneggiato” in onda sul “primo canale”. Altrimenti per quale altro motivo riempire il proprio vuoto con uno schermo, mi chiedevo.

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Il vuoto è, appunto, sulla parte destra dello split screen di Ferri, dove scorrono le frasi di questa lettera d’addio di un suicida, che racconta la sua ultima giornata e lascia qualche disposizione sul funerale e il resto. Sull’altra metà scorre quel repertorio di oggetti per i quali sono finiti gli occhi, l’esposizione di innaturalità circolare delle immagini dell’Archivio Prelinger, per la vasta scelta da catalogo della consuming woman – nel dormiveglia davanti all’elettrodomestico, queste nature morte di trasformano in bestiali riprese di caccia agli orsi polari da scuoiare, le pelli tirate via a caldo da esporre all’obiettivo dopo la battuta. Ritornano così alcuni elementi ricorrenti della poetica di Ferri, la passione per il footage pubblicitario e il processo di messa a nudo della nostra inutile, ottusa disumanità, viste in alcune vette come Colombi e Cane caro, le equazioni musicali di Dario Agazzi, ma anche l’imprimere un movimento perenne alla direzione dello sguardo, come in Ab ovo, e il diario di una quotidianità minima, di gesti all’apparenza insignificanti, come fa Pierino. Ancora una volta la sensazione è quella che dietro la geometria esibita dell’impianto si nasconda l’invito a condividere un’intimità fragilissima e disarmata, come accendere la tv e trovarsi davanti mio nonno che vaga per Lourdes. L’effetto di prossimità con lo sguardo dell’altro attraverso la barriera produce una sorta di nostalgia istantanea, struggente e terribile insieme.
D’altronde la domanda è sempre la stessa (i’ll know her face a mile away…): fin dove potrà arrivare il mio occhio nudo?

Un quesito alla base in qualche modo anche di Omelia Contadina di Alice Rohrwacher e JR, l’azione cinematografica con cui la cineasta celebra il funerale della cultura del lavoro della terra, uccisa per mano dell’agricoltura industrializzata e intensiva, seppellendo alcune delle caratteristiche gigantografie di JR che ritraggono i contadini dell’altopiano dell’Alfina, con l’aiuto proprio della comunità rurale del posto. Li riconosciamo quei volti, e il valore delle profezie di Pasolini che costituiscono l’ossatura dell’omelia che viene recitata a questi morti di carta, in bianco e nero, sagome gigantesche che possono essere inquadrate per intero solo dall’alto, probabilmente il drone più poetico di tutto il festival, trasportate a spalla da queste decine di contadini che ora sembrano solo puntini operosi tra gli alberi e il terreno. Ripensare le proporzioni, ecco, le distanze, la grammatica del cinema, la lingua delle immagini (i “modelli” delle gigantografie partecipano anch’essi al corteo da spettatori vivi del funerale delle proprie stesse ombre…): Omelia Contadina dona un senso nuovo all’inquadratura stessa di una figura intera e del paesaggio che la circonda, in maniera uguale e dissimile dalla collaborazione di Varda con JR, una plongée che finisce quasi per assomigliare ai tentativi di mappatura delle linee di Nazca o di certi cerchi nel grano, alla ricerca di una qualche divinità celeste autrice della performance, che invece potrebbe facilmente provenire dal centro della Terra, sotto i nostri piedi.

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Ecco. Quando l’anziano protagonista di Solitaire, di Edoardo Natoli, crede di essere perduto perché la coetanea del palazzo di fronte sembra aver abbandonato l’appartamento all’ultimo piano di Montmartre che ha visto nascere la loro dolce relazione quotidiana a distanza, da finestra a finestra, non sa che gli basterebbe guardare per un attimo in basso, verso la strada, per scoprire che la donna non è scomparsa ma sta solo raggiungendolo. Realizzato in stop motion durante il lockdown, con quello che Natoli aveva in casa, “una stampante scassata, il retro di una vecchia carta da parati, degli acquerelli, il telefono con cui fare le foto e due paginette con lo studio su due personaggi fatti anni fa da Giuseppe di Maio”, Solitaire racconta di una tecnologia tenuta in scacco ancora una volta dalla gittata massima a cui potremo spingere il braccio meccanico che ci accompagna, forse davvero un film di “archivio” allora non dissimilmente da e Omelia Contadina. La sedia a rotelle del vecchio Renaud è un’intelligenza artificiale che comunica con l’esterno attraverso questa escrescenza robotica, arto senziente e snodabile da automa – ma a riunire le due solitudini non è il ponte tecnologico quanto la volontà umana di attraversare il confine dello schermo-finestra, per condividere un’intimità segreta, che non ha più bisogno di essere mediata (dal telecomando di mia nonna…) né mai più violata, riscoperta.

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